E a questa idea si alzava, moveva pochi passi quasi per uscire dal suo torpore, e andava sino alla finestra: ma tosto sotto a questa vedeva risplendere i moschetti delle guardie; e allora gli faceva d’uopo convenire ch’era desto e ch’era pur vero il suo sogno sanguinoso.

Ei ritornava in silenzio sul suo seggiolone, rimetteva le gomita sopra la tavola, lasciava ricadersi la testa sulla mano, e rifletteva.

«Ahimè! tra sè diceva, se almeno avessi per confessore uno di quei luminari della Chiesa la di cui anima ha scandagliati tutti i misteri della vita, tutte le piccolezze della grandezza, forse la sua voce soffocherebbe quella che va querelandosi nell’anima mia! ma avrò un prete di mente non elevata, e di cui mediante il mio infortunio ho troncata la carriera e la fortuna. Esso mi parlerà di Dio e della morte secondo ne ha parlato ad altri moribondi, senza comprendere che questo moribondo regio lascia un trono all’usurpatore, mentre i figli suoi non hanno più pane».

Indi, appressandosi alle labbra il ritratto, balbettava a vicenda il nome di ciascuno dei suoi figli.

Era, conforme dicemmo, notte oscura e nebbiosa. Suonava lenta l’ora all’orologio della chiesa vicina. I pallidi barlumi delle due candele spandevano nell’ampia ed alta stanza delle fantasme rischiarate da stranissimi riflessi. Le fantasme, le larve, erano gli avi del re Carlo, che risaltavano nelle loro cornici d’oro; i riflessi erano gli ultimi splendori azzurri del fuoco di carbone che si estingueva.

S’impossessò di Carlo summa tristizia. Ei nascose il capo in fra le due mani, pensò al mondo tanto bello quando noi lo lasciamo, o piuttosto quando egli ci lascia; agli amplessi de’ nostri pargoletti sì dolci e soavi specialmente quando ne siam divisi per non più rivederli, e poi alla consorte, nobile e coraggiosa donna, che sostenuto lo aveva sino all’ultimo momento. Si trasse di seno la croce di diamanti e la placca della Giarrettiera da lei inviategli per mezzo di quegli animosi Francesi, e le baciò. Poscia, all’idea ch’ella non rivedrebbe questi oggetti se non dopo ch’ei giacesse freddo e mutilato in una tomba, si sentì nell’interno scorrere uno di quei brividi gelidi che la morte ci getta addosso come primo suo manto.

Allora, in quella camera che a lui riproduceva tante regali rimembranze, dov’erano passati tanti cortigiani e tante adulazioni, solo con un afflittissimo servo il di cui animo debole non poteva essere sostegno all’animo suo, il re lasciò cadere il proprio coraggio a pari a quelle debolezze, a quelle tenebre, a quel gelo invernale; e, dovremo noi dirlo? questo re, che morì sì grande e sublime, col sorriso della rassegnazione sul labbro, asciugò all’ombra una lacrima ch’era scesa sul tavolino e tremolava sopra il tappeto ricamato di oro.

Si udì improvvisamente camminare nelle gallerie, fu aperta la porta, varie torcie empierono la stanza con la lor luce, ed un ecclesiastico, indossando vesti vescovili, entrò seguito da due guardiani ai quali Carlo fe’ con la mano un gesto imperioso.

I due guardiani si ritirarono: fu nuovamente oscurità profonda.

«Juxon! esclamò Carlo! Juxon! grazie, ultimo amico mio, voi giungete opportuno».