Il vescovo diede un’occhiata inquieta e bieca all’uomo che singhiozzava all’angolo del camminetto.

«Orsù, Parry, disse il re, non pianger più, ecco che a noi viene Iddio.

«Se è Parry, disse il supposto vescovo, non ho più di che temere; e così, o sire, permettetemi di riverire Vostra Maestà e di dirle chi sono e perchè qui vengo».

A tal vista, a tal voce, Carlo era certamente per dare una forte esclamazione; Aramis, postosi un dito sul labbro, salutò umilmente il re d’Inghilterra.

«Il cavaliere! balbettò Carlo.

«Sì, sire, fece Aramis alzando la voce, sì, il vescovo Juxon, fedel cavaliere di Cristo, e che si presta al desiderio di Vostra Maestà».

Il re unì insieme le mani; aveva riconosciuto d’Herblay; rimase stupefatto, annichilito, dinanzi a quegli uomini, che, stranieri e senza altro movente che un dovere imposto dalla lor propria coscienza, si ponevano così a contrasto con il volere di un popolo e il destino di un re!

«Voi! disse, voi! e come poteste arrivare sin qua? Dio! Dio! se vi riconoscessero, sareste perduti!»

Parry stava in piedi, ed in tutta la sua persona esprimevasi il sentimento di somma ed ingenua ammirazione.

«Sire, non pensate a me, rispose Aramis sempre coi gesti raccomandando a Carlo il silenzio, pensate a voi soltanto; i vostri invigilano, ben lo vedete; che faremo, ancora non lo so, ma quattro uomini risoluti ponno far molto. Frattanto non chiudete occhio in tutta la notte, non vi stupite di cosa alcuna, ed a tutto attendetevi».