Il re, a mani giunte, alzò gli occhi al cielo; indi, dopo breve ma fervida preghiera, balzò dal letto, andò alla finestra, e scostò le portiere; v’erano sempre le sentinelle, e più là del balcone estendevasi un’oscura piattaforma su cui passavano come specie di ombre.
Carlo non potè discernere cosa alcuna, ma si sentì sotto i piedi la scossa dei colpi che menavano i suoi amici; e ognuno di quei colpi ormai corrispondeva a lui nel cuore.
Parry non si era ingannato credendo di ravvisare Athos: questo realmente, ajutato da Porthos, faceva una buca su cui doveva posare una delle assi trasversali.
Il buco comunicava ad una sorta di tamburo formato sotto il pavimento della camera regia; una volta pervenuti in quel tamburo, che somigliava ad un mezzanino assai basso, si poteva con un ferro e buone spalle (ed a ciò toccava a pensare a Porthos) far saltare una lastra del pavimento; allora il re si calava giù da codesta apertura, insieme co’ suoi liberatori arrivava ad uno dei compartimenti del palco totalmente coperto di panno nero, s’imbacuccava esso pure con un abito da operajo già apparecchiatogli, e senza ostentazione nè timore scendeva coi quattro compagni.
Le sentinelle, scevre d’ogni sospetto, mirando degli artieri che avevano lavorato al palco li lasciavano passare.
E secondo noi dicemmo, la filuca era all’ordine.
Questo piano era grande, semplice e facile, come tutte le cose che nascono da un’ardimentosa risoluzione.
Athos adunque si squarciava le belle mani tanto bianche e sottili levando le pietre che Porthos aveva svelte dalla loro base; poteva digià introdurre la testa sotto gli ornamenti di che era guarnito il parapetto del balcone. Innanzi giorno il foro sarebbe finito e sparirebbe alla vista mercè una tenda interna che porrebbe d’Artagnan. D’Artagnan erasi spacciato per operajo francese e metteva i chiodi con la regolarità del più abile tappezziere. Aramis tagliava l’eccedenza della serge che pendeva sino a terra e dietro alla quale sorgeva l’intavolato del patibolo.
Comparve la luce del giorno sulla cima delle case; gran fuoco di zolle e di carbone aveva ajutato i lavoranti a passare la fredda nottata dal 29 al 30 gennajo; ad ogni momento i più attenti alla lor bisogna la sospendevano per andare a scaldarsi. Soltanto Athos e Porthos non avevano lasciate le loro faccende. E quindi all’alba la buca era terminata. Athos vi entrò, portando seco le vesti destinate pel re avvolte in un ritaglio di saja nera; Porthos gli fece avere là dentro il palo; e d’Artagnan (lusso grandissimo ma utile) inchiodò un parato interno di lana da cui restarono celati e il foro e quello al quale questo serviva di nascondiglio.
Ad Athos non mancavano più che un pajo d’ore di lavoro onde poter comunicare col re, e secondo i calcoli dei quattro amici, essi avrebbero per sè tutta la giornata, poichè non essendovi il carnefice occorrerebbe andar a chiamare quello di Bristol.