«Bene Enrico.... Adesso abbracciatemi, ed anche voi Carlotta, e di me non vi scordate.
«Oh no! mai! mai! esclamarono i due giovanetti cingendo il collo a Carlo con le loro braccia.
«Addio.... addio, figli miei, disse il re, Juxon, guidateli altrove; il loro pianto mi torrebbe il coraggio di morire».
Juxon levò i poveri bambini dalle braccia del loro padre, li consegnò a quelli che ivi gli aveano condotti.
Al loro uscire si apersero le porte, ed ebbe accesso tutta la gente.
Il re vedendosi solo fra mezzo alla turba di guardie e di curiosi che cominciavano a riempire la camera, si rammentò che il conte di la Fère era lì vicinissimo sotto il pavimento della stanza, non potendo vederlo e forse sempre sperando.
Tremava che il minimo rumore sembrasse ad Athos un segnale, e che questo rimettendosi al lavoro si scuoprisse da per sè. Procurò quindi di stare immobile, e col suo esempio fece rimanere in riposo gli astanti.
Il re non s’ingannava: Athos era veramente sotto a’ suoi piedi; ascoltava, s’inquietava di non udire il segnale; a volte nella sua impazienza riprincipiava a rompere la pietra, ma per timore di essere inteso si fermava subito.
Durò due ore sì terribile inazione. Regnava nella regia camera silenzio di morte.
Athos allora si decise a ricercare la causa della mesta e tetra tranquillità che sola turbava l’immenso strepito della folla. Schiuse un poco il parato che nascondeva il loro fatto, e scese sul primo piano nel palco. Più su della sua testa appena quattro pollici era l’intavolato che si estendeva al livello della piattaforma e che faceva il patibolo.