E riprincipiò l’arringa d’onde l’aveva interrotta.

Terminata questa, fu di sopra alla testa del conte un gelido silenzio. Ei si teneva sulla fronte la mano, e tra la mano e la fronte cadevano goccie di sudore abbenchè l’aria fosse diacciata.

Quel silenzio dava indizio degli estremi preparativi.

Il re, dopo finito di parlare, avea volto su la moltitudine uno sguardo pien di misericordia, e staccato l’ordine che portava, e ch’era la stessa placca di diamanti inviatagli dalla regina, lo consegnò al prete che accompagnava Juxon. Indi si levò di seno una piccola croce parimente di diamanti, che pure gli proveniva da Enrichetta.

«Signore, disse al sacerdote ch’era insieme con Juxon, io terrò in mano questa croce sino all’ultimo mio momento; voi me la torrete allorchè io sarò morto.

«Sì, sire, rispose una voce, presto riconosciuta da Athos per quella di Aramis».

Allora Carlo, che sino a quel punto era stato a testa coperta, si levò il cappello e lo gittò vicino a sè; poscia si sciolse uno per uno tutti i bottoni del giubbetto, se ne spogliò e lo buttò accanto al cappello. E perchè faceva freddo, chiese la vesta da camera, la quale gli venne data.

Tutti questi preparativi eransi fatti con una calma che incuteva terrore. Avreste detto che il re fosse per distendersi nel suo letto e non già in una bara.

Alfine tirandosi in su i capelli con la mano, domandò al boja:

«Vi daranno forse impaccio? in tal caso si potrebbero fermare con una cordellina».