Il signor de Tréville aveva fatto uso di questa leva potente prima pel re e per gli amici del re, quindi per se stesso e per i suoi amici. Del resto in nessuna memoria di quel tempo, che ha lasciate tante memorie, non si vede che questo degno gentiluomo sia mai stato accusato neppure dai suoi nemici, ed egli ne aveva tanti, sia fra gli uomini di penna che fra quelli di spada, in nessun luogo si vede, diciamo noi che questo degno gentiluomo sia stato notato d'essersi fatto pagare la cooperazione de' suoi. Con un raro ingegno d'intrigo; che lo rendeva uguale ai più forti intriganti, egli era rimasto onest'uomo. Più ancora, a dispetto dei grandi ostacoli che sfiancano, e degli esercizi penosi che affaticano, egli era divenuto uno dei più galanti scorridori delle stradelle, uno dei più fini damerini, uno dei più lampiccati parlatori della sua epoca; si parlava delle buone avventure di de Tréville, come vent'anni prima si era parlato di quelle di Bassompierre, e non era dir poco. Il capitano dei moschettieri era dunque ammirato, temuto ed amato, ciò che costituisce l'apice delle umane fortune.

Luigi XIV assorbì tutti i piccoli astri della sua corte nel suo vasto splendore; ma suo padre, sole pluribus impar (non uguale per tutti) lasciò il suo splendore personale a ciascuno dei suoi favoriti, il suo valore individuale a ciascuno dei suoi cortigiani. Oltre l'udienza mattinale l'alzata del re e quella del ministro, si contavano a Parigi allora più di duecento piccole alzate, quella di de Tréville era una delle più frequentate.

Il cortile della sua abitazione, posta nella strada del Vecchio Colombajo, rassomigliava ad un campo, e ciò fin dalle sei ore della mattina nell'estate, e dalle otto ore nell'inverno. Da cinquanta a sessanta moschettieri, che sembravano colà radunarsi per offrire un numero piuttosto imponente, vi passeggiavano sempre, armati come in istato di guerra, e pronti a tutto. Lungo quelle spaziose scale; sul solo pianerottolo di una delle quali la nostra moderna civilizzazione fabbricherebbe una casa intera, ascendevano e discendevano i sollecitatori di Parigi, che correvano dietro un favore qualunque, i gentiluomini di provincia, avidi di essere arruolati, ed i lacchè guerniti di tutti i colori, che venivano a recare al signor de Tréville i messaggi dei loro padroni. Nell'anticamera sopra lunghi panchetti circolari riposavano gli eletti, cioè quelli ch'erano stati chiamati. Il mormorio là era continuo dalla mattina alla sera, nel mentre che il signor de Tréville, nel suo gabinetto contiguo a questa anticamera, riceveva le visite, ascoltava le lagnanze, dava i suoi ordini, e, come il re dalla sua loggia del Louvre, non aveva che a mettersi alla finestra per passare la rivista degli uomini e delle armi.

Il giorno in cui si presentò d'Artagnan l'assemblea era imponente, particolarmente per un provinciale che veniva dalla sua provincia: è vero che questo provinciale era guascone, e che soprattutto in quell'epoca i compatrioti di d'Artagnan godevano della riputazione di non lasciarsi facilmente intimorire. In fatti, una volta che erasi superata la porta massiccia, incavigliata con lunghi chiodi dalla testa quadrangolare si cadeva in mezzo ad una folla d'uomini d'arme che s'incrociavano nel cortile interpellandosi, o querelandosi, o giuocando fra loro. Per aprirsi liberamente un passaggio in mezzo a tutti questi flutti tempestosi, bisognava essere ufficiale, gran signore o bella donna.

Fu dunque in mezzo a questa mischia, e a questo disordine che il nostro giovane si avanzò col cuore palpitante, accomodando la sua lunga spadaccia parallela alle sue magre gambe, tenendo una mano all'orlo del suo feltro con quel mezzo sorriso da provinciale imbarazzato che vuol fare il disinvolto. Appena aveva oltrepassato un gruppo, allora respirava più liberamente; ma capiva che si rivolgevano per guardarlo, e per la prima volta in vita sua d'Artagnan, che, fino a quel giorno, aveva avuta molta buona opinione di se stesso, si riconobbe ridicolo.

Giunto alla scala, fu ancora peggio; sui primi scalini vi erano quattro moschettieri, che si divertivano al seguente esercizio, nel mentre che dieci o dodici altri dei loro camerati aspettavano sul piano che venisse il loro turno per prendere parte attiva alla partita.

Uno di essi situato sullo scalino superiore, colla spada alla mano, impediva, o meglio, fingeva d'impedire agli altri tre di salire.

Gli altri tre giuocavano di scherma contro di lui colle loro spade, e con grandissima agilità. D'Artagnan sulle prime suppose che quello spade fossero fioretti: egli credè che fossero bottonati: ma riconobbe ben tosto da certe graffiature, che ciaschedun'arma, al contrario, era molto bene affilata ed appuntata, e a ciascheduna di queste graffiature, non solo gli spettatori, ma ancora gli attori ridevano come matti.

Colui che in quel momento occupava lo scalino teneva in rispetto i suoi assalitori maravigliosamente. Era stato fatto cerchio intorno ad esso. La condizione portava che a ciascun colpo il toccato lasciasse la partita, perdendo il suo giro d'udienza a profitto del toccatore. In cinque minuti tre furono sfiorati, uno alla mano, l'altro al mento, l'altro all'orecchia, dal difensore dello scalino, che non fu per niente toccato, sveltezza che secondo le convenzioni gli valse tre turni in suo vantaggio.

Per quanto fosse difficile non già ad essere, ma a volersi maravigliare, questo passatempo però maravigliò il nostro giovane viaggiatore: egli aveva veduto nella sua provincia, in quella terra ove si scaldano così prestamente le teste, un poco più di preliminare ai duelli, e la guasconata di questi quattro giuocatori gli parve la più forte di tutte quelle che aveva udito fino allora anche in Guascogna. Egli credette di essere trasportato nei famosi paesi dei giganti, ove Gulliver andò in seguito, ed ebbe così gran paura; e ciò nonostante non era ancora al termine, gli rimaneva il pianerottolo e l'anticamera.