D'Artagnan entrò dunque in Parigi a piedi, portando il suo piccolo fagotto sotto il braccio camminando fino a tanto che ebbe ritrovato una camera ammobiliata che convenisse alla tenuità delle sue risorse. Questa camera era una specie di mezzanino, ritrovata nella strada Fossoyeurs, vicino al Luxembourg.
Subito dopo data la caparra, d'Artagnan prese possesso del suo alloggio, passò il restante della giornata a cucire al suo sajo e a' suoi calzoni dei passamani, che sua madre aveva staccati da un sajo quasi nuovo del signor d'Artagnan padre, e che gli aveva regalati sotto Sigillo; quindi andò alla riviera della Ferraille a far rimettere la lama della sua spada, poscia ritornò al Louvre per informarsi, dal primo moschettiere che ritrovò, dove era situato il palazzo del signor de Tréville, che era nella strada del Vecchio Colombajo, vale a dire precisamente nelle vicinanze della camera presa in affitto da d'Artagnan; circostanza che gli parlava di un felice augurio pel successo del suo viaggio. Dopo di che, contento del modo con cui si era condotto a Méung, senza rimorsi del passato, confidando nel presente e pieno di speranze nell'avvenire, andò a letto e dormì il sonno del bravo.
Questo sonno, ancora tutto provinciale, lo portò fino alle nove del mattino, ora nella quale si alzò per portarsi da questo famoso signore de Tréville, il terzo personaggio del regno giusta il giudizio paterno.
CAPITOLO II. L'ANTICAMERA DEL SIGNOR DE TRÉVILLE
Il signor de Troisville, come si chiamava ancora la sua famiglia in Guascogna, o il sig. de Tréville, come anch'egli aveva finito per chiamare se stesso a Parigi, aveva realmente cominciato come d'Artagnan, vale a dire senza un soldo, ma con quel fondo di audacia, di spirito e di testardaggine che fa sì, che il più povero gentiluomo guascone riceve spesso di più nelle sue speranze dall'eredità paterna, che il più ricco gentiluomo perigordino o berissone non ne riceve in realtà. Il suo coraggio insolente, la sua fortuna anche più insolente in tempi in cui i colpi piovevano come la tempesta, lo avevano tirato alla sommità di quella scala difficile, che si chiama il favore della corte, e della quale egli aveva montati a quattro a quattro gli scalini.
Egli era l'amico del re, il quale onorava molto, come ognun sa, la memoria di suo padre Enrico IV. Il padre del signor de Tréville lo aveva così fedelmente servito nelle sue guerre contro la lega, che in mancanza di denaro contante, cosa che mancò in tutta la sua vita al Bearnese, il quale pagava costantemente i suoi debiti colla sola cosa che non aveva mai bisogno di comprare, vale a dire collo spirito: che in mancanza di denaro contante, dicevamo noi, egli lo aveva autorizzato, dopo la resa di Parigi, a prendere per stemma un leone d'oro posante sopra una sbarra, con questa divisa: Fidelis et fortis. Era molto per l'onore, ma era poco per viver bene. Per tal guisa, quando morì l'illustre compagno del grande Enrico, lasciò per unica eredità al signor figlio la sua spada e la sua divisa. Mercè questo doppio dono, ed un nome senza macchia che lo accompagnava, il signor de Tréville fu ammesso nella casa del giovane principe, in cui si servì tanto bene della sua spada, e fu tanto fedele alla sua divisa, che Luigi XIII, che era una delle buone spade del suo regno, aveva l'abitudine di dire che, s'egli avesse un amico che si dovesse battere, lo consiglierebbe a scegliersi per padrino prima lui, poscia de Tréville, e forse anche prima di lui.
Luigi XIII aveva dunque un vero attaccamento per de Tréville, attaccamento regio, attaccamento egoista, è vero, ma che ciò non pertanto era un vero attaccamento. Fu perchè in quei disgraziati tempi si aveva gran cura di circondarsi d'uomini della tempra dei de Tréville. Molti potevano prendere per divisa l'epiteto di forte che formava la seconda parte del motto del suo stemma, ma ben pochi gentiluomini potevano reclamare l'epiteto di fedele che ne formava la prima parte. De Tréville era uno di questi ultimi; era una di quelle rare organizzazioni, colla intelligenza obbediente come quella di un alunno, con un valore cieco, coll'occhio rapido, la mano pronta, ed a cui l'occhio non era stato dato che per vedere se il re era malcontento di qualcuno, e la mano per percuotere questo qualcuno che dispiaceva, un Besme, un Maurevers, un Poltrot, de Merè, in fine un Vitry. A de Tréville fino allora non era mancata che un'occasione, ma egli la appostava, e si riprometteva di afferrarla bene pei suoi tre capelli se mai fosse passata alla portata della sua mano. Così Luigi XIII fece de Tréville capitano dei suoi moschettieri, i quali pel loro attaccamento, o piuttosto per il loro fanatismo, eran a Luigi XIII ciò ch'erano gli ordinarj ad Enrico III, e ciò che la guardia scozzese era a Luigi XI.
Dal suo lato, e sotto questo rapporto, il ministro non era rimasto addietro al re. Quando vide la formidabile scelta di cui si circondava Luigi XIII, questo secondo, o per meglio dire questo primo re di Francia, aveva anch'egli voluto avere la sua guardia. Egli ebbe dunque i suoi moschettieri, come Luigi XIII aveva i propri, e si vedevano queste due potenze rivali scegliere pel loro servigio, da tutte le parti della Francia ed anche dagli stati stranieri, gli uomini i più celebri pei loro gran colpi di spada. Così Luigi XIII e Richelieu quistionavano spesso la sera mentre giuocavano agli scacchi, in rapporto al merito dei loro servitori. Ciascuno vantava la proprietà ed il coraggio dei suoi, e mentre decretavano formalmente contro i duelli e le risse, li eccitavano in secreto a venire alle mani, e provavano un vero dispiacere, od una gioja immoderata per la vittoria dei loro. Così almeno raccomandano le memorie di un uomo che si trovò in qualcuna di queste disfatte e in molte di queste vittorie.
De Tréville aveva preso il lato debole del suo padrone, ed era a questa destrezza ch'egli doveva il lungo e costante favore di un re, che non ha lasciato la fama di essere stato troppo fedele alle sue amicizie. Egli faceva mettere in parata i suoi moschettieri davanti ad Armando Duplessis, con un'aria beffarda che non faceva che arricciare per la collera i baffi grigi del ministro. De Tréville intendeva ammirabilmente la guerra di quell'epoca, in cui; quando non si viveva alle spese del nemico, si viveva alle spese dei propri compatriotti: i suoi soldati formavano una legione di diavoli a quattro, indisciplinati per tutti fuorchè per lui.
Sfrenati, avvinacciati, scorticati, i moschettieri del re, o piuttosto quelli del signor de Tréville, si spandevano per le osterie, per le passeggiate, nei giuochi pubblici, gridavano forte, arricciandosi i baffi, facendo suonare le spade, urtando con voluttà le guardie del ministro quando le incontravano, e cavando quindi le spade in piena strada con mille motteggi; uccisi qualche volta, ma sicuri sempre in questo caso d'essere compianti e vendicati; uccidendo spesso, e sicuri allora di non ammuffare in prigione, perchè il signor de Tréville era sempre là per reclamarli. Per tal modo il signor de Tréville era lodato in tutti i tuoni, cantato per tutte le canzoni da questi uomini che l'adoravano, e che, per quanto fossero tutti gente da sacco e da corda, tremavano davanti a lui come altrettanti scolari davanti al loro maestro, obbedendo alla più piccola parola, e pronti a farsi ammazzare per lavare il più piccolo rimprovero.