— E come sai tu che vi è una donna che io amo, e che credo morta? domandò d'Artagnan.

— Da quella lettera che il mio camerata ha in saccoccia.

— Tu vedi bene allora che abbisogna necessariamente che io abbia questa lettera, disse d'Artagnan. Così non più ritardo, non più esitazione, o qualunque sia la mia ripugnanza ad imbrattare per una seconda volta la mia spada nel sangue di un miserabile come te, ti giuro, sulla fede di onesto uomo... a queste parole d'Artagnan fece un gesto così minaccioso che il ferito si rialzò.

— Fermate! gridò egli riprendendo forza e coraggio dal terrore, vi anderò... vi anderò...

D'Artagnan prese l'archibugio del soldato, lo fece passare davanti a lui, e lo spinse pungendolo con la spada. Era una cosa spaventosa il vedere questo disgraziato lasciando sul sentiero che percorreva una lunga traccia di sangue, pallido per la sua vicina morte, tentando di strascinarsi senza essere veduto fino al corpo del suo complice, che giaceva venti passi di là lontano.

Il terrore era dipinto talmente sul suo viso, coperto di un freddo sudore, che d'Artagnan ne ebbe pietà e guardandolo con disprezzo:

— Ebbene! gli disse, io ti mostrerò la differenza che passa fra un uomo di coraggio e un vile come sei tu! resta; anderò io! e con un passo agile, coll'occhio in guardia, osservando i movimenti del nemico, approfittandosi di tutte le inuguaglianze del terreno, d'Artagnan giunse fino al secondo soldato.

Vi erano due mezzi di giungere al suo scopo; frugarlo sul luogo e trasportarlo; facendosi uno scudo del suo corpo, e frugarlo entro la trincea.

D'Artagnan preferì il secondo mezzo, e caricò l'assassino sulle sue spalle nello stesso tempo che il nemico faceva fuoco.

Una piccola scossa, un ultimo grido, un fremito di agonia provarono a d'Artagnan che, colui che aveva assunto l'impegno di essere il suo assassino, diveniva in quel momento il suo scudo per salvargli la vita.