In questo mentre, eccetto le inquietudini del suo solo e vero capo, l'armata realista menava gioconda vita; i viveri non mancavano al campo, e neppure il danaro. Tutti i corpi rivalizzavano d'audacia e di allegria. Prendere degli spioni e impiccarli, fare delle spedizioni azzardate sulla diga, o sul mare, immaginare delle follie, eseguirle freddamente, tale era il passatempo che faceva trovar corti all'armata questi giorni così lunghi, non solamente per i Roccellesi, che erano corrosi dalla fame e dall'ansietà, ma ancora pel ministro che li bloccava così strettamente.
Qualche volta quando il ministro, cavalcando sempre come l'ultimo gendarme dell'armata, girava il suo sguardo pensieroso sopra queste operazioni così lente a seconda del suo desiderio, che elevavano sotto i suoi ordini gl'ingegneri che faceva venire da tutti gli angoli della Francia; se si incontrava in un moschettiere della compagnia di Tréville, egli si avvicinava a lui, e lo guardava in modo singolare, e non lo riconoscendo per uno dei nostri quattro compagni, lasciava andare altrove il suo sguardo profondo, e il suo vasto pensiero.
Un giorno in cui divorato da una noia mortale, senza speranze di trattative con la città, senza notizie dell'Inghilterra, il ministro era uscito col solo scopo di uscire accompagnato soltanto da Cahusac e da Houdinière lungo la spiaggia, unendo l'immensità delle sue idee colla immensità dell'Oceano, giunse, al piccolo passo del suo cavallo, sopra una collina, di dove scoprì dietro una siepe, sdraiati sull'erba, e al sicuro da un troppo gran sole, sotto l'ombra di un gruppo di alberi, sette uomini circondati da bottiglie vuote. Quattro di questi uomini erano i nostri moschettieri, intenti ad ascoltare la lettura di una lettera che uno di essi aveva ricevuta; questa lettera era così importante, che aveva fatto abbandonare sopra un sasso le carte e i dadi. Gli altri tre erano occupati a levare il tappo ad una enorme damigiana di vino di Collioure; erano i lacchè di questi signori.
Il ministro, come abbiamo detto, era di cattivo umore, e quando era in questa situazione di spirito, niente raddoppiava più il suo malo umore, quanto la allegria degli altri. D'altronde egli aveva una singolare preoccupazione, ed era quella di creder sempre che le stesse cause della sua tristezza, cagionassero la allegria degli altri. Facendo segno a Houdinière e a Cahusac di fermare, discese da cavallo, e si avvicinò a questi allegri sospetti, sperando che la sabbia avesse coperto il rumore dei suoi passi, e mercè la siepe che velava il suo cammino, poter sentire qualche parola di questa conversazione che gli sembrava tanto interessante. A dieci passi soltanto dalla siepe riconobbe la pronunzia guascona di d'Artagnan, e siccome egli sapeva già che questi uomini erano moschettieri, non dubitò più che gli altri tre fossero quelli che venivano nel campo chiamati gl'inseparabili, vale a dire Athos, Porthos ed Aramis.
Si penserà facilmente se il suo desiderio di sentire la conversazione si aumentò per questa nuova scoperta; i suoi occhi presero una strana espressione e con un passo di tigre si avanzò verso la siepe, ma non aveva ancora potuto afferrare che vaghe sillabe e senza alcun senso positivo, allorquando un grido sonoro e corto lo fece fremere, e attirò l'attenzione dei moschettieri.
— Ufficiale! gridò Grimaud.
— Voi parlate, io credo, disse Athos sollevandosi sopra un gomito e affascinando Grimaud col suo sguardo fiammeggiante.
Per questo Grimaud non aggiunse parola, e si contentò di stendere il dito indicatore verso la direzione della siepe, denunziando con questo gesto il ministro e la sua scorta.
Con un solo sbalzo i quattro moschettieri furono in piedi e salutarono con rispetto.
Il ministro sembrava esser furioso.