Milady era così bella in questo momento, l'estasi religiosa nella quale si trovava immersa dava una tale espressione alla sua fisonomia; che Felton, abbagliato, credè vedere l'angelo che poco prima gli era sembrato di ascoltare soltanto.
— Sì, sì, rispose egli, sì, voi disturbate, voi agitate le persone che abitano il castello.
E il povero, insensato non si accorgeva egli stesso della incoerenza dei suoi discorsi, nel mentre che milady immergeva il suo occhio di lince nel più profondo del suo cuore.
— Io mi tacerò disse milady abbassando gli occhi, con tutta la dolcezza che poteva dare alla sua voce, con tutta la rassegnazione che potè imprimere al suo portamento.
— No, no, signora, disse Felton, soltanto cantate più sommessa, particolarmente la notte.
A queste parole Felton, sentendo che non avrebbe potuto conservare più lungamente il suo tuono severo colla prigioniera, si slanciò fuori dell'appartamento.
— Avete fatto bene, tenente, disse il soldato, questi canti sconvolgono l'anima; però si finisce coll'assuefarcisi: la voce è così bella!
CAPITOLO LIV. IL TERZO GIORNO DI PRIGIONIA
Felton era venuto, ma vi era ancora un passo da fare; bisognava trattenerlo, o piuttosto bisognava che egli da se solo restasse, e milady non vedeva che oscuramente il mezzo che doveva condurla a questo risultato.
Era necessario ancora di più: bisognava farlo parlare, per potergli parlare; poichè milady sapeva bene, che la sua maggiore seduzione stava nella sua voce, che percorreva con tanta abilità tutta la gamma dei tuoni, dalla parola umana fino al linguaggio celeste.