— Sentiamo: che cosa le manca?
— Molte cose; per esempio, la potenza di desiderare: adesso non desidero più nulla, nemmeno di essere il vostro amante.
— E se lo desiderassi io invece?
— Sareste ancor più disgraziata di me.
Un rumore nella sala, e forse anche, queste risposte, mi liberarono il braccio prigioniero: ma dopo le donne vennero gli uomini. È inconcepibile quanto duri nei borghesi il prestigio della nobiltà, la mia è tutt'altro che storica, e come cangiandosi in invidia diventi in essi disgustoso l'odio selvaggio che ci portano con tanta ragione i miserabili. Mi corteggiano e mi dispettano, pronti ad umiliarmi domani se fossi povero e ad insuperbire per un complimento che loro rivolga.
Nella sala erano una trentina di persone, quasi tutti vicini, che dal più al meno amici di Carlo mi conoscevano abbastanza, perchè fossero inevitabili saluti e discorsi. Se fossero stati tanto villani da non avvertirmi, li avrei in compenso battezzati gentiluomini.
— Ah ci divertiamo stasera! Balla anche lei? Balli anche tu? una bella società. Poh! che aria: ma perchè così accigliato? si direbbe quasi che posi; mi interpellava uno dei più intimi.
— Vedrai che ci divertiremo: guarda che belle signore.
— Belle?
— Belle! ripetè un marito della luna di miele, guardando in un angolo la propria metà.