Ieri sera mi avviavo al casino di Mimy in questa triste disposizione di spirito. La sera non era mai stata più insopportabilmente bella. Le stelle ridevano nel cielo come tante candele accese in un tempio per persuadere alla gente l'esistenza di un Dio: ridevano qua e là i lumi per le case: rideva il sereno, ridevano le foglie del granturco pei campi, rideva qualche lucciola per le siepi. Tutto mi rideva in faccia; a mezza strada s'aggiunse il vento.

Io ruggiva di collera, e la natura mi sghignazzava intorno come un'ubbriaca: mi posi quasi a correre.

A pochi passi dal cancello mi percosse una musica di ballo; le finestre della sala erano aperte e ne sgorgava un gran lume. Una festa di vicini! Carlo aveva avuto la generosità di non invitarmi e io ci venivo...

Quando entrai nella sala una dozzina di coppie ballavano un valzer di Strauss; mi convenne fermarmi sulla porta. A te pure, Anselmo, saranno accadute disgrazie di simili feste e vedrai, senza che mi affanni a dipingertela, la goffaggine di quegli uomini e di quelle donne. Ballavano così vertiginosamente che mi pareva ballassero con loro anche i mobili. Era un'illusione, ma avrebbero potuto essere vero senza far perdere al ballo il suo carattere. Si divertivano. Ecco ciò che non perdono a quella gente, di essere così ignobilmente beati, mentre io sono stato tanto infelice. Ranocchie, che stimano un lago la loro pozzanghera e il loro gracidìo una musica.

Non vidi nè Carlo, nè Mimy, nè la marchesa di Monero. La festa era dunque, per la loro assenza, una festa come nella classica notte di Valburga? La musica cessò, stavo per cacciarmi in un angolo, quando molte persone mi furono addosso.

— Come, tanto tardi? Sempre annoiato? Così triste!

— Ma che cosa le manca dunque, signor conte? mi chiedeva la moglie di un mercante, la quale mi fa la corte da un pezzo, innamorata del mio titolo e della mia superbia.

— Molte cose, signora.

— Me ne dica qualcuna, e mi si appoggiava così al braccio, che dovetti offrirglielo.

Ci allontanammo dal gruppo.