Questa fantasticheria o sogno mi ha seriamente afflitto — è la mia vita reale guardata a traverso un vetro nero; le tinte sono più fosche, ma anche senza vetro il paesaggio sarebbe tristo.

E la solitudine, rimedio di antica riputazione, inasprisce i miei mali — Seul a un sinonime: mort. Sinonimo fiacco, indegno di Victor Hugo, perchè la solitudine non è già nel cimitero o nella Tebaide, sibbene in un deserto di uomini, quando nella folla che vi circonda non sorge grido che vi scuota, non spicca fisonomia che vi commuova; quando gli edifizii che vi rovinano intorno non hanno più forza di farvi rivolgere il capo, quando la morte che vi ammazza dappresso non vi dà nè piacere nè dolore; quando in questo oceano umano le onde si accavallano senza sollevarvi o si appianano senza rivelarvi nulla, quando niente e nessuno vi tocca e vi si associa.

E allora che la ragione sia presa da questa vertigine del vuoto, afferratela e gettatela nel cuore: poi ritornate fra un'ora a vedere se è tuttavia ragionevole. Le passioni l'afferreranno come maniaci e: spiegaci, ruggiranno, il perchè della nostra condanna: i desiderii moribondi di fame le si strascineranno ai piedi e tirandola per la veste: spiegaci, spiegaci, singhiozzeranno, il mistero della nostra condanna; le speranze deliranti di febbre le si accosteranno livide all'orecchio e: spiegaci, sibilleranno, il perchè della nostra condanna: spiegaci, spiegaci, — e se la ragione impaurita si proverà a mormorare una spiegazione: menzogna! la interromperanno. Abbiamo fame, trova tu modo di saziarci: tu, superba, hai il mondo delle idee e vi ti perdi e vi ti divinizzi; noi del mondo terreno siamo chiuse in un ergastolo, vogliamo godere, aprici dunque le porte, tu che sei la regina. Che cosa volete che risponda la povera ragione? Impazzirà, se non vi affrettate a liberarla.

Come vedi, Anselmo, la mia è già impazzita, e se nella tua bontà di amico ne dubitassi, ti mando questa lettera come prova.

Fare well.

PS. Questa sera vado da Mimy. La sua è una bellezza assai rara, segreta, come si esprime De Mère.

12 agosto.

L'oceano è in tale tempesta che le sponde tremano di fatica e di spavento. Le onde ruggono, si frangono, si addossano, si attorniano, si sormontano, salgono, salgono ancora, urlando e nell'urlo del trionfo ripiombano nell'abisso. Ritta sul lido una moltitudine contempla il feroce spettacolo coll'occhio sbarrato e il pensiero fuggiasco: il cielo è nuvoloso, ma il vento ha lacerato le cortine delle nubi e fra esse traluce profondamente sereno l'azzurro dello spazio. Un pallone e una barca lo solcano: sopra loro nè oggetti nè limiti, la vasta monotonia dell'infinito: al di sotto il mare. Come apparirà la tempesta allo sguardo dell'ardito areonauta?

L'oceano è immobile con appena alcune rughe: ecco i cavalloni.

Così l'anima. Talora l'uragano la squassa scombuiandola dal fondo: dolori, speranze, immagini, memorie tutto trabalza e si sfracella, il petto si apre quasi all'urto dei marosi; ma sul volto non appare che una ruga, così che la gente passandovi vicino la distingue come l'areonauta e tira via. Non la notasse almeno e non vi gettasse l'insulto della sua curiosa parola! Che cosa ho quest'oggi?! Non mi capireste, se pure mi spiegassi! La ruga che mi solca la fronte vi sembra piccola, perchè non sapete che è l'opera di centinaia di dolori, come un sentiero è l'opera di centinaia di orme...