Non l'ho vista mai più bella che a letto. Dumas ha profondamente ragione mostrandoci l'amore appoggiato come un angelo dietro il letto di una inferma. Nessun fascino insolente di meriggio regge al malinconico prestigio del vespero, e se la modestia o l'audacia possono talora rendere più acre lo stimolo della voluttà, l'impotenza che nasce dal dolore la rende sempre più intensa. Se Carlo non fosse entrato nella camera sarei rimasto fino a sera, fino a notte presso il letto a guardarla negli occhi aspettando di udirla gemere per mormorarle all'orecchio: Soffri, Mimy! Ella è malinconica: avremmo forse pianto insieme a qualche mesta parola inebbriandoci del nostro dolore come il poeta coll'entusiasmo, il trionfatore coll'orgoglio. Il corsetto da notte nella sua casta semplicità aveva maggiori seduzioni dell'abito più scollacciato: avrei preferito la religiosa trepidazione di girare per la camera in punta di piedi fremendo allo scricchiolio delle scarpe, o di rialzare una tenda perchè il lume crepuscolare si abbattesse sulla sua faccia altrettanto smorta... noi due soli, muti... al più ricco tumulto di una festa da ballo.
Ridi, Anselmo? Hai ragione, perchè questi sentimenti li provo adesso nel mio gabinetto e non li ho provati nella sua camera. Forse che la farfalla dell'amore romperebbe solamente adesso il suo involucro e batterebbe l'ali nel raggio del sole? Ti rammenti la stupenda pagina di Herder sulla crisalide? Egli ne ha poche di uguali e con lui pochi scrittori di simili. Di Herder fu giudicato assai bene, è una poesia e non un poeta: e questa definizione dolorosa, che mi si addice ancora meglio che a lui mi dispera, giacchè la poesia senza essere poeta è come la bellezza senza il dono della simpatia, la superiorità senza la grandezza. Les delicats sont malheureux, non è vero, La Fontaine? La delicatezza non è il fondo della poesia, mentre il genio ne è la forza e lo splendore?
11 agosto.
Ho ventotto anni. La gioventù mi abbandona senza nemmeno rivolgere il capo colla leggerezza di una donna: la veggo allontanarsi istupidito, contemplando la civetteria del suo passo e la vivacità de' suoi movimenti... giacchè al mio braccio camminava sempre mesta e per correre aveva d'uopo di ubbriacarsi. Ventotto anni, Anselmo! ormai la metà della vita, e come trascorsa! Se mi rivolgo, nessun segno attesta il mio passaggio sulla strada. Se guardo innanzi, essa si perde in una steppa muta e monotona come una strada ferrata, per la quale non passa viandante e non s'incontra orma che vi favelli; ho rimorso di aver vissuto. Al principio colsi alcuni fiori sugli orli dei fossi, ma il loro profumo non mi consolò la stanchezza del viaggio; qualche tempo le illusioni mi accompagnarono, precedendomi in aria come uno stormo di uccelli, ma il loro canto così gaio non mi commosse il cuore, anzi dimenticando l'invocazione di Valmichi nel Ramayana — o cacciatore, possa la tua anima non essere mai glorificata per tutte le vite avvenire, poichè colpisci l'uccello nel sacro momento dell'amore — mentre fra loro s'innamoravano, sparai a più riprese, esaltandomi ferocemente nel raccogliermi ai piedi i cadaveri insanguinati. Adesso i fiori sono scomparsi, cessato il canto, tutti gli uccelli morti, e la gioventù, che procedeva al mio braccio, mi abbandona con freddo sorriso.
Mi lamento, mi lamenterò ancora, e se avrò torto, sarà un'altra ragione di lamentarmi.
Sono fuori della vita, non ho famiglia, non gloria, non fede, non amore. Vero nomade attraverso i paesi senza affezionarmivi, mi accompagno e mi divido dagli uomini senza salutarli fratelli. Nato in Italia, non sono italiano nè di mente nè di cuore: cristiano, non appartengo ad alcuna religione e potrei assistere impassibile alla caduta della nuova monarchia savoiarda tanto contrastata per tanti secoli, come all'incendio di tutti gli altari di Cristo. A che giova la mia esistenza? Perchè andrò più oltre persuaso di non arrivare ad una meta? Queste domande non le movo per vezzo romantico, ma per un intimo incessante rodimento dell'anima. Oscillo nel vuoto. Qualunque cosa imprenda, sono sicuro che non approderà, perchè la mia vita non ha basi e sono inetto a gettarle. L'ozio mi è insopportabile, la fatica impossibile: non mi trovo attorno un piacere. Credi che si possa durare un pezzo a questo modo? So quello che mi risponderai: Rompi il cerchio incantato, metti a capo della tua strada una idea. — Troppo bene, amico! Dimentichi dunque che sono un artista impotente e che il dirmi: suscita in fondo alla tua via un fantasma, che ti attiri e ti guidi, gli è come dire ad un cieco: metti una lanterna per dove passerai, se non vuoi inciampare?
A che debbo rattenermi? Il danaro non mi affascina e non ammetto altro mercato che il gioco: non sono ricco, cosicchè mangiando capitale e rendita, i miei due milioni non mi danno un lusso abbastanza poetico per affezionarmi alla vita. Non ho scampo, sono solo: il mio mondo interno è una prigione, immensa sì, ma una prigione; l'arte una smania di paralitico, gli intrighi della galanteria, le orgie dei sensi consolazioni di un'ora e nulla più. Che farò? Viaggiare? Anzitutto questo non può essere uno stato, poi conosco tutta l'Europa, sono sceso in Africa, salito a Gerusalemme, e poichè non scriverò un altro Child Herold, non voglio sopportare altrimenti tempeste in mare, alberghi in terra. Ammogliarmi tanto per cambiare? Rimedio peggiore del male — consigliare il matrimonio a un annoiato è come ordinare un bagno a uno che si anneghi: d'altronde il matrimonio è una brutta cornice pel quadro della donna. La politica? col mio cervello d'artista e col mio cuore di aristocratico una ridicolaggine e una impossibilità...
Vedi, Anselmo, che il problema è forse più difficile di quanto sospettavi; dubito assai che col tuo ingegno mi trovi una soluzione.
Senti. Ieri sera sedendo allo scrittoio mi venne aperto sovrappensieri un cassetto, ove fra altre carte erano rimescolati biglietti e lettere amorose; li radunai, e sebbene non li conti a migliaia, come il famoso maresciallo di Richelieu, ti so dire ch'erano parecchi — le donne scrivono molto, ma in compenso scrivono male. Cominciai scorrendone alcuni prima indifferente, poi interessandomi, seguitando senza ordine, facendo spesso succedere all'invito di un primo appuntamento una lettera di congedo illimitato. Non so quanto durassi così, infine mi accorsi di aver freddo. Non ero più io che leggeva, ma un altro, un altro Giorgio vecchio, coi capelli bianchi, cogli occhi indeboliti; quelle lettere della mia giovinezza mi destavano un senso orribile: mi pareva che fosser trascorsi secoli da quel tempo e che il mondo, nel quale avevo vissuto, si fosse disfatto... Ero solo, con quelle lettere, pochi avanzi del mio naufragio. Le loro calde espressioni mi riuscivano mezzo inesplicabili, le voluttà ricordate come una cosa di cui dura nella memoria una debole eco, spentone nell'anima il senso. Fra l'altre mi capitò alle mani una mia, ironica, briosa che finì di sconvolgermi. Io aveva scritto quella lettera? quando? Io avevo riso, avevo vissuto?...
Ebbi una scossa, mi destai col sudore del raccapriccio.