— A prendere uno di quei bicchieri.

— Da rosolio!

— Ci sta anche il vino.

Scelse il calice più piccino e tornò ad accovacciarmisi ai piedi. Lo scialle vestivala tutta. Io la guardava pensando a una Orientale di Hugo, mentre ella non osava versarsi il Falerno, cogli occhi intenti nel mio volto come Turco il mio mastino. A poco a poco l'immobilità del suo sguardo mi attrasse, e considerai quella bella testa di tipo armeno abbruciata dal sole africano lievemente colorata da un inconscio desiderio, con ammirazione d'artista. Namouna è bella, ancora vergine nel corpo e nell'anima come nessuna ragazza della nostra vecchia Europa, poichè la raccolsi moribonda per una via del Cairo, che non conosceva nè Dio, nè vizi, nè virtù, e educandola non le ho insegnato il senso di queste parole. Veramente io non lo so, nè tu, molto maggiore filosofo, sapresti forse rispondere quando ella te lo chiedesse. Namouna ha quindici anni, una soavità di forme, che si fa ogni giorno più splendida: ma nella fisonomia non ha espressione di intelligenza; sarebbe una bestia sublime se non fosse una donna.

Giocarellando colla sua treccia, mi sono accorto che l'acconciatura di quello scialle era molto graziosa, e le ho comandato di spogliarmi: a mano a mano che perdevo gli abiti, Namouna tremava, curva su di me quasi a sfiorarmi il petto col petto; anzi nel liberarmi il bottone della camicia perdette così l'equilibrio che mi appoggiò una mano sulla bocca per non cadere — avevamo uno scialle in due.

— Dammelo: e tu infilati la mia vesta.

Ella se la gettò invece sulle spalle legandosi con civetteria i cordoni ai fianchi.

La pipa nel suo grembo, la testa appoggiata ad un cuscino io fumavo turcamente.

— Bevi dunque, esclamai, e getta via la bottiglia, come dovrei fare io colla mia vita ancora più vuota.

Mi prese in parola e vuotandone il resto di un fiato la scagliò così energicamente, che le sue gambe ne seguirono quasi l'impeto: e mi cascò sul petto. Cominciava ad essere ubbriaca.