— Allora uscite, Giorgio: andatevene, non abusate di una povera donna. Lasciatemi, ve ne prego, e tentava di staccarmi le mani, che l'avevano afferrata. Se mi amaste davvero non mi trattereste così.

Due grosse lagrime le spuntarono dagli occhi cilestri.

— Non piangere, per tutti i santi delle tue orazioni! Non mi perdonerei mai di averti costato una lagrima. Ma dunque mi odii molto!... Che cosa ti ho fatto per esserti più odioso di Carlo, che ti comprò per assassinarti? Fidati al mio amore: ti amerò con tutta la mia potenza di uomo, il mio entusiasmo di artista. Non mi ami? un pochino!

Mi premevo le sue mani al petto appressandole il volto al seno tumultuante. Ella mi guardava sempre più pallida ed agitata, e le lagrime le rigavano argenteamente le gote.

Anselmo, la bellezza che piange!

Stavo in ginocchioni col petto nei suoi ginocchi; l'odoroso tepore del suo corpo passando nel mio e raddoppiandosi formava intorno a noi un'ardente atmosfera. Febbricitante, inconscio mi ubbriacavo colla sua angoscia, assaporavo i suoi fremiti, libavo i suoi brividi — povera e stupenda fanciulla! Il suo dolore m'inspirava una indefinibile voluttà d'inasprirlo, di svegliarle la voluttà; le sue mani umide ed inanimi mi comunicavano una indomabile irrequietezza di vita; l'agitazione del suo seno mi agitava come il mare agita una barca abbandonata sul lido... mentre l'onnipotente lusinga del silenzio dava all'aurora della tempesta tutto il suo incanto.

Improvvisamente la strinsi, forzando le sue braccia a cingermi il collo.

— Ah!

— Tardi.

— No: Giorgio, rispettami: non mi vuoi bene!...