L'azalea fa prima il fiore poi le foglie: egli fu prima adultero che amante e marito. Infatti, i due coniugi non avevano famiglia. Carlo viveva nel suo studio, Mimy nel suo appartamento; amabili e rispettosi come due stranieri accomunatisi per qualche giorno; però in pubblico egli faceva le viste di marito e parlava acremente dell'adulterio, giurando seco stesso di punirlo se la moglie v'incappasse, meno ancora per sentimento di marito che di conservatore. Carlo era a Bologna un capo di questo partito.

Si chiuse dunque nello studio, ma aveva appena slegato il fascicolo del processo e disposti alcuni libri, che la smania lo vinse e dovette levarsi e camminare. La passeggiata della marchesa lo angosciava. Uso a considerare la donna nelle solite categorie di vergine, di sposa o di madre, l'anomalia della marchesa lo sconcertava — quella castità di cuore quasi straniera a ogni capriccio della carne, quell'alta concezione dell'amore, quella facile inconsideratezza e insieme quella inaccessibile superiorità gli passavano davanti al pensiero come figure di lanterna magica agli occhi di un fanciullo. Come cedere ad un uomo senza amarlo e confessarlo poi ad un altro, che vi ama ed è profondamente geloso? Chi era costei che passava sul fango senza macchiarsi la veste? Quali seduzioni usarle? Da qual parte insidiarle lo spirito o i sensi? Quella donna era capace di una grande passione e forse come Diogene la cercava colla lanterna dello scandalo. Carlo vaneggiava: povero falco innamorato di un'aquila, si smarriva nel cielo guardando lei che saliva sempre sublime, e guardando la roccia sulla quale la superba gli era passata dappresso volando.

— Del Pino! Del Pino! mormorava a denti stretti camminando su e giù per lo studio, e quel nome lo irritava come una frustata: si dirupava sul bel giovane biondo, lo frantumava, lo pestava, passava, ripassava su lui, tremendo, rabbioso... ed ecco ancora Del Pino ed Elisa, bianchi come la neve, che salivano un poggio tenendosi per mano colla distrazione degli innamorati: il vento sollevava le criniere dei cavalli e i ricci sulla fronte di lei; il vento era gelido e non lo sentivano... Come erano belli! come si sorridevano!

Non volle vedere, negò a sè stesso la verità di quell'appuntamento, li raggiunse anch'egli a cavallo, sebbene non ne avesse in tutta la sua vita inforcato un solo, e rovesciando furiosamente il bel giovine ne prese il posto: ma Elisa ve lo intirizziva con quel suo sguardo fiso, metallico... No, non ci andrà, verrà all'Assisie: venga a sentirmi in questo processo d'amore, poi mi paragoni con lui e scelga il più bello: accetto. Così parlando si rimetteva allo scrittoio tutto infervorato, ma se ne toglieva ancora: andava, veniva, bestemmiava, sorrideva; sogni e sentimenti gli si urtavano nella testa e nel cuore, si struggeva di miseria e di beatitudine, più della prima che della seconda. Invano forte di una lunga abitudine volle ostinarsi a studiare; il pensiero più indocile di un ragazzo divagava quinci e quindi: più invano volle credere quella passeggiata un appuntamento amoroso o un puro capriccio — la febbre gelosa gli impediva ambe le spiegazioni e il dolore del disinganno non gli era in quel punto meno necessario dell'entusiasmo della confidenza.

Finalmente Giulietta venne ad avvisarlo pel pranzo: oramai annottava.

Mimy era già nel tinello estremamente abbattuta nell'aspetto: sedettero e si disposero a mangiare; non ne poterono nulla.

Mimy si arrovesciò sulla sedia.

— Non mangi?

— Non ho fame.

— Nemmeno io.