Se la lagrima della innocenza moribonda sulla gota della vergine esalta meglio del vino più generoso, il sudore che la febbre del peccato trae sulla fronte della adultera esalta ancora più di quella lagrima.

L'Amore, Opere inedite — Ottone di Banzole.

L'avvocato era uscito ebbro di quella prima speranza e di quel primo insulto alla sua gelosia. Sino allora aveva sperato e taciuto come tutti gli innamorati: la marchesa era bella, grande, forse anche facile: pensava a lei tutto il giorno, ma ogni qualvolta l'incontrava tutto lo spirito gli svaniva a un tratto. Quel giorno invece aveva osato ripetere la semplice ed eterna dichiarazione: vi amo; s'era mostrato geloso e la gelosia era passata senza contrasti: aveva quindi riconquistato la propria superiorità di uomo, e con quell'invito alle Assisie forse anche decisa la vittoria. Quella causa bella e grave aveva l'interesse di un romanzo e si prestava a tutte le dichiarazioni filosofiche e sentimentali; una causa fatta a posta per sedurre una donna, poichè una donna n'era l'eroina e l'amore la ragione: egli contava di brillarvi insolitamente, di vincere sè stesso, e qualunque ne fosse l'esito, strappasse o no quella testa al carnefice, tutti i cuori sarebbero dalla sua parte. L'accusata era una di quelle romantiche figure, che paiono nate solamente per tessere un dramma e perirvi.

Domani era dunque il giorno più importante della sua vita, ma poichè la vittoria dipendeva dall'ingegno e dalla dottrina, era superbo di battersi con tali armi: così venti anni di solitudine studiosa, rimpianti nelle ore di malinconia, passati quasi fuori del mondo in un ambiente luminoso ma freddo, produrrebbero un giorno di vera apoteosi; alla luce della gloria si mescerebbe il calore della passione, mentre le porte di quel mondo epicureo, che aveva sempre condannato senza conoscerlo nemmeno nelle irruenze giovanili, si aprirebbero d'improvviso scoprendo la marchesa sulla soglia.

Esisteva dunque un'altra vita, un altro amore, un altro vizio diversi da quelli che aveva fino allora creduti?

Corse diffilato a casa per lavorare sino al domani, ma come si allontanava dal palazzo Fantuzzi l'esaltazione sensuale gli si mutava in una febbre di gelosia. Quell'ostinato appuntamento col marchese Del Pino era un nuvolone, che gli copriva il sole delle ultime parole e degli ultimi sorrisi della marchesa. Carlo raccapricciava al pensiero di essere amato e tradito nel medesimo giorno. Come la marchesa gli aveva detto con tanta audacia, egli era un uomo vergine e sensuale, di molto ingegno e di poco cuore. Impetuoso di carattere e di istinti, aveva domato collo studio e colle cure della professione la forza leonina della propria natura, arrivando a quarant'anni per una vita vuota di affetti e di avvenimenti, uniforme di luce e di calore.

Delle donne fino dal primo palpito virile non aveva amato che il sesso col trasporto del bevitore pel vino, dimenticandolo appena assaporato: purchè la forma fosse appariscente, poco importa se corretta, il contrario di Giorgio; molta carne, molta salute, molta lascivia — le qualità del vino: la polpa, l'odore, la spuma, — ecco la donna. Il cuore non era mai stato invitato ai banchetti rumorosi di quelle voluttà, la fantasia non aveva mai offerto per essi le sue sale meravigliose; solo il senso v'interveniva, potente, ubbriacone, spensierato; poi si addormentava, e la mente, vecchia e severa quanto una badessa, ripigliava la matassa difficile dei processi. Così a vent'anni, così a trenta, così ancora a quaranta.

Non aveva mai letto una donna o un romanzo; d'altronde non li avrebbe capiti: aveva inteso parlare d'amore come dell'Africa senza invogliarsene, o lo aveva studiato sugli innamorati delle Assisie come un caso di medicina legale. Le sue passioni erano lavorare, guadagnare, bere: quella la più carezzata, questa la più intensa, l'ultima la sola che dovesse frenare, e la frenava; forte quanto un Ercole, brutto come un Fauno, felice al pari del borghese, che dopo cinque lustri di drogheria arriva a comprarsi una villa o a sedere in un consiglio comunale — intelligente come pochi avvocati, ma nulla più di un avvocato. Però con tale tempra d'ingegno da simulare all'occasione molto sentimento nell'esame di una passione con osservazioni fini o distinzioni profonde; ma simile ai grandi casuisti del Rinascimento, che ci hanno lasciato i più stupendi e i più aridi trattati di psicologia, la comprendeva solamente colla testa.

Viveva borghesemente, se non che tratto tratto, forse per fisica influenza, si faceva tristo e pensava che la sua felicità non era poi gran cosa: mediocri le ricchezze, mediocre la fama, mediocri i piaceri: che era solo ed invecchierebbe con un domani eguale all'ieri; ma questi insulti di malinconia erano poco più efficaci degli schiaffi del vento sul granito: l'avvocato ripigliava il sopravvento sull'uomo alle prime migliaia di lire da guadagnare o al primo onore provinciale da cogliere.

Finalmente incontrò la marchesa, conobbe la donna e quel giorno si perdette. La filosofica uniformità della sua vita gli parve una monotonia insopportabile, la sua magnifica posizione borghese una miserabilità di fronte all'alterezza di quella donna aristocratica. Quindi apprese di non essere stato fino allora che un servitore del pubblico, mentre gli scandali della marchesa sempre al di sopra degli applausi e dei fischi, gli davano le prime vertigini della grandezza: e forte si appassionò di quella forza, s'innamorò di quella bellezza, fu preso da quella eleganza ed amò. Alla prima coscienza dell'amore temè di sè stesso, tanto si conobbe trasfigurato; poi temè della marchesa sentendosele inferiore: ma l'orgoglio arse sull'altare dell'amore, la gelosia soffiò e l'avvocato bruciò tutto come il mistico roveto di Mosè.