L'intelligente animale nitrì e le si appressò quasi a lambirle il collo; ma ella lo respinse dolcemente, e fatto un ultimo saluto al conte si avviò con Carlo, del quale il portamento imbarazzato e l'ineleganza della persona apparivano adesso più vivamente.

La mora li seguiva, sempre rigida, e passando innanzi a Giorgio non salutò come avrebbe dovuto un paggetto.

Giorgio rimase ascoltando il calpestìo che s'allontanava, poi ricoricossi sull'erba e considerando gli amorini:

— È strano! e parve cadere in una fantasticaggine.

Il sole era già scomparso dietro il monte. I suoi ultimi raggi, aperti sopra l'azzurro del cielo come un immane ventaglio di fuoco, venivano mano mano smorzandosi: la luce si velava intorno e la campagna acquistava fondi più carichi e tinte più riposate. La sera montava dalla pianura allargandosi e insieme attenuandosi in alto, bella di una sommessa mestizia e di un sereno appannato. Appena qualche rumore fra le siepi e qualche voce dai campi. Gli alberi perdevano le fisionomie e laggiù l'Appennino si faceva bruno come un vecchio muraglione; pareva quasi un ammasso di nuvole trasportate da una bufera... poi si ottenebrava ancora e l'occhio si arrestava ai primi colli sui quali l'orizzonte si era abbattuto come una tenda. La pianura si era alzata e i pipistrelli usciti guardinghi dagli ignoti ripari vagolavano silenziosi ed incerti. Invano la canzone di un passeggiero in ritardo avrebbe voluto essere lieta, mentre l'ombra avvolgeva tutto fra i suoi veli, e ogni gorgheggio cessava fievole come il soffio del vento fra le piante frementi nei verdi mantelli. Epicureo moribondo, un fiore olezzava tuttavia, e una novoletta sospesa nel cielo quasi un'amaca sembrava aspettare qualcuno per andarsene. L'infinito che circondava la terra era svanito per sempre; solo la luna piccola e solitaria impallidiva nel cielo: adesso la terra era piccola.

Giorgio fantasticava.

L'Avemaria scoccò al campanile di una parrocchia, quelli della città le risposero, e un tumulto di suoni chiocchi e villani turbò per qualche momento la tacita serenità della sera.

Egli parve risentirsene. Qua e là per l'ombra brillava un lumicino o si alzava, ombra più densa, il fumo di un camino; laggiù nel piano prorompevano le fiammelle dei lampioni, così che da lunge poveramente e fantasticamente illuminata Bologna rassomigliava un grande cimitero corso da fiaccole mortuarie.

— Che miseria quei lumi! esclamò finalmente. Ecco quanto gli uomini hanno saputo sostituire al sole; e se domani si dimenticasse di sorgere non avremmo nemmeno abbastanza luce per vederci morire.

Dopo questa bizzarra riflessione raccolse il fucile sulla spalla e si allontanò. Lasciando la strada carrozzabile che saliva in serpeggiamenti alla vetta della collina, di là prolungandosi per erte e pendii, si mise per un sentiero chiuso da alte siepi di acacie, e digradando fu in fondo ad una valletta; donde rimontò per una strada frequente di ville, in quella stagione tutte abitate. Spesso s'incontrava in coppie di villeggianti, udiva dai cancelli il riso di persone sedenti al fresco, travedeva qualche forma biancheggiante di donna o ne intendeva la voce che talvolta cantava. Dopo mezz'ora si arrestò ad un piccolo cancello.