— Ed io spero, aggiunse, che risparmierete alla signora queste volgari particolarità; quindi salutando la dama si allontanò.
Qualcuno aveva ascoltato il diverbio e si seppe subito del duello. D'altronde il volto accigliato del paggio e lo sbigottito di Agnese lo lasciavano facilmente indovinare. Successe un bisbiglio, tutti vollero esserne informati: i cavalieri piantavano le dame e si stringevano intorno al droghiere premendolo d'interrogazioni, ma egli fingeva schermirsene pur confessandolo coi più intimi, onde in pochi secondi il segreto fu divulgato. Egli ed il conte si battevano alla pistola, a venti passi, a dieci, a cinque. Le versioni erano già molteplici: Giorgio si batteva per provare di non essere l'amante di Mimy, della quale andava pazzo: qui mille circostanze, mille aneddoti e tutti a guardare il paggio umile in tanta gloria, mentre il conte era passato nel salottino, ove i vecchi giuocavano il faraone.
Mimy intese e si fe' pallida: la marchesa si annuvolò.
La contraddanza parve lunghissima, tutti provavano il bisogno di serrarsi coi più amici sull'accaduto e di parlarne coi protagonisti: le signore osservavano Mimy che ballava nel gruppo della marchesa, gli uomini si ammiccavano fra loro. Finalmente la musica cessò e la folla potè sparpagliarsi. Mimy rimase colla San Marciano.
Ofelia entrò con una compagna nel salottino del giuoco; Carlo teneva il banco ignaro di tutto e Giorgio puntava cogli altri, così infelicemente che tutti ne facevano le meraviglie.
— Decisamente sono sfortunato! esclamò arrischiando l'ultima carta.
— Fortunato in amore non giuochi a carte, gli rispose un vecchietto.
— Fortunato! e si ritirò che la posta era perduta.
— Signor conte! lo fermò la marchesina tagliandogli la strada.
— Perchè non mi chiamate più mio principe?