— Favorite di suonare quel campanello.
— Alice, ella si rivolse alla cameriera, che fu pronta a comparire: serviteci da cena.
Il giovane meravigliato guardava la contessa con sguardo voluttuoso e diffidente: ma ella non vi badava osservando le due cameriere, che entravano, come nelle commedie, portando un tavolino brillantemente apparecchiato. Lo posero dinanzi al camino e si ritirarono colla muta prontezza di due schiave.
La cena si componeva di un pasticcio, che esalava fumo ed odore, e di una beccaccia corazzata dei soliti crostini. Due bottiglie, una di Reno e l'altra di Sciampagna, fiancheggiavano una graziosa canestrina di fiori: i bicchieri e le posate erano d'oro. Si assisero. La pendola suonò le undici.
Il pasticcio fu aperto e dalla crosta uscirono in folla cappelletti, che impedirono per alcuni minuti alle parole di uscire di bocca: ma il dialogo riprese assai meno poetico. Erano complimenti ed epigrammi, una collana alternata come di perle e di coralli: poi le perle si fecero mano mano più rare e i coralli salirono dal roseo delicato al roseo vivo, indi al rosso, il voluttuoso color del sangue e del vino. Si parlava di amore. I motti scoppiettavano come razzi, i sensi trasalivano: alcune occhiate passavano attraverso quei razzi e perdendosi si risolvevano in un sorriso. Il giovane mangiava con evidente soddisfazione, la contessa tratto tratto lo sbirciava.
— Un inno allo sciampagna, gli disse prendendo ella stessa la bottiglia e sciogliendone le bende metalliche.
— Allo sciampagna, che spuma colla passeggiera facilità, onde la donna ama e l'artista si esalta.
La contessa si alzò ad empirgli il bicchiere.
Egli lo votò, lo tese ancora.
— L'inno?