Il giovane si fermò al parapetto di una specie di balcone, che interrompe la siepe di confine, osservando le file lontane dei pioppi rigare in più sensi la pianura e l'orizzonte; poi si diresse verso un angolo vestito di boschetti adolescenti, e cadde sul primo sedile.
Sembrava assai triste ed era solo.
Rimase lungo tempo colla fronte nelle palme, indi rialzandola vivamente, come chi ceda ad un pensiero improvviso, trasse un taccuino e colla matita prese a scrivervi febbrilmente.
Leggiamo.
«E avanti... Ventitre anni mi son passati sul capo, ma non ho inteso che gli ultimi cinque; il loro volo era freddo e le loro ali mi scorticarono la fronte: una volta guardandomi nello specchio quel segno mi sembrò al pensiero puerilmente orgoglioso il solco di un diadema che avrei un giorno portato. Apersi i volumi dei grandi, lessi le pagine immortali e piansi di ammirazione e di invidia. E nella notte vennero a visitarmi immagini sublimi, e sedute sul mio letto in colloqui, che non saprei più ridire, mi chiesero col sorriso della donna innamorata che dessi loro una qualche sorella. Quindi sognai di essere grande, mi percossi il petto ed ascoltandone l'urlo profondo mi parve di leone, onde esclamai: Sarò re! Ma le immagini presto dileguarono e piansi ancora, poi scrissi. I pensieri mi caddero dalla penna come le gocce di sangue dalla mannaia del carnefice; i saggi mi sorrisero di compassione e sorrisi io pure...
«Che sarà dunque la vita? E questa domanda morivami intorno senza risposta. Guardai, e vidi uomini logorarsela con micidiale fatica al solo scopo di mantenerla, altri consumarla nella noia in traccia del piacere, altri investigarla quasi la conoscenza ne potesse cangiare il modo o aumentare la durata, altri che la maledivano pensando al giorno di disfarsene, altri pochi che se ne disfacevano addirittura. Alcuni, che interrogai, mi mostrarono una donna, una borsa, un ciondolo, e non mi appagarono. Che sarà dunque la vita? Ne chiesi alla natura, e mi rispose; la madre e la figlia della morte: onde ne seppi quanto prima. E intanto mi sentivo come un viaggiatore stanco e sprovveduto che dovesse camminare senza strada, nè meta; la terra mi appariva sterile, il cielo una cappa di piombo come la volta di un immane sepolcro. Così durò finchè mi splendettero nella mente le visioni delle figure scomparse: poi mi si fe' buio nell'anima come intorno e mi calmai; l'uomo aveva ucciso l'artista.
« — Ora, mi dissi, camminiamo confuso fra la folla che si urta, schiamazza e muore. La vita è una lotta inutile; lottiamo per lottare, per opprimere, per essere oppressi; tutto sta nei sensi, nella gioventù e nella salute, e se la felicità deriva dalla ubbriachezza, trattiamo la fantasia da sgualdrina e con l'inno facciamo una canzonetta. L'aureola della gloria è fosforescenza di legno imputridito, luce senza calore; l'amore una melopea da educande; la fede un vestito di fanciullo che indossato da uomo rende ridicola la persona e difficili i movimenti...; la speranza... oh essa è la polvere che sollevasi sulla strada e la nasconde — non vedendo ove si vada, nè a che distanza sia la meta, non possiamo figurarcela vicina e quale meglio ci talenta?
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«Quando ebbi composto Ugo nel sepolcro, gettai la penna e presi lo schioppo. Nato sui monti e partitone, vi ritornai, e li corsi — com'eran belli! Spesso giunsi sulle loro cime coll'alba, e vedendo i suoi raggi stendersi sui densi castagneti, mi punse il desiderio di passeggiare sulle loro foglie lucenti come sopra un tappeto. Spesso salutai collo schioppo il sole che sorgeva, e nel tuono ripetuto e prolungato intesi una voce che mi diceva: Sii forte, imitami — io salto di rupe in rupe, non mi arresto alla palizzata di un bosco, al muro di una balza, alla gola di un burrone; l'eco mi abbraccia, ma sfuggo e vado a morire nello spazio, lungi lungi... Avanti.
«Queste parole mi commossero: scesi dalla collina e mi posai sulla sponda del fiume. L'acqua scorreva lenta, monotona, uguale, irresistibile: la vidi che percoteva le ripe per distendersi, ma invano, e si rompeva mormorando: Avanti...