— Te ne vai? gli chiese Giorgio con uno sguardo.

— Ho una causa che mi preme: poi sono stanco. Tu resti con Mimy.

— Buona notte, ella ripetè senza levare il capo dal ricamo.

Rimasero soli: egli sdraiato sulla poltrona fumando lo sigaro; ella china sopra un fazzoletto ricamando.

La luna, che illuminava lenemente la camera, si nascose dietro una nuvola; e Giorgio rimase nell'ombra, mentre sul volto di Mimy la luce della fiamma a petrolio velata da un cappello di rose tremava lievemente. Era ancora più pallida, quindi più bella del consueto, coll'abito bianco e sui capelli l'amorino appassito della marchesa; solamente la pettinatura cominciava a scomporsi per l'indocilità dei ricci, alcuni dei quali le coprivano le orecchie e avanzandosi sulla fronte unita e liscia le cadevano sulla radice del naso come il fiocco di un cavallo.

— Mimy...

Ella lo guardò interrogando.

— Non dici nulla? penserai forse: anch'io penso a te in questo punto.

Ella si strinse famigliarmente nelle spalle ripiegandosi sul ricamo.

— Sai che cosa mi figuravo? Che questa tua placidezza copre molta rassegnazione e il tuo pallore molta malinconia.