«Ratto mi chiudi del tuo ciel le porte?

«Ricorderete questi versi: sono la preghiera di Lille, sublime come ella ed il suo amore.

«Lille muore in amplesso di luce, e il bacio della sua voluttà moribonda divora la bocca del serafino piucchè il bacio di una saetta: cercate in tutti i poemi ma non ve ne troverete un altro di maggiore potenza: è il bacio di una donna. Noi siamo eccelse: stiamo dunque in alto, excelsior, excelsior! Se i fiori spuntano nel fango il loro profumo sale al cielo; se la donna è depressa nella società deve sollevare in alto il pensiero, perchè la poesia come la gloria non si posano che sugli alti monumenti — le cornacchie che gracchiano non giungono alle vette delle aquile, e se il poeta disse che le vette sono battute dai fulmini per distorci dal salirle gli risponderemo: menti, non sei un poeta — la passione può incontrarsi colle folgori come la tigre colle iene — in alto l'aria è più pura, più limpida l'anima; e non sarà impossibile intenderci.

«L'infelice posizione della donna mi ha sempre, dacchè appresi a pensare, addolorata. La vita è voluttà, mi dicevo, e queste donne non godono: non godono le vergini fra le pareti assiderate dei conventi; non godono le spose che la legge consegna ammanettate al marito del quale la vita, attività di officina, non somiglia tampoco alla loro, fantasticheria di poeta; non godono le madri ridotte allo stato di balie... e la vita o è voluttà o è dolore. Io non intendo nulla alle parole di missione o di cielo da guadagnare: non ho che un sole, che una luna, che una vita, che una giovinezza, che una passione l'amore. Colgo il fiore che olezza senza pensiero che la morte possa cogliermi nello stesso momento. Voglio godere, sempre godere, null'altro che godere: la voluttà è bellezza e splendore, gioventù di sensi e di anima, poesia di arte, di natura. Ahimè! bisogna dunque esser belli e ricchi per godere, mentre l'immensa maggioranza dei viventi è brutta e povera. Una bella statua non istà bene in un granaio, un amore in una soffitta: occorre un altare per la statua, un tempio per l'amore.

«Vedete, il mio problema si rinserra: abbandoniamo alla misericordia di Dio e alla fatica dei filosofi la felicità delle masse affamate, e piangendo su esse una ultima lagrima occupiamoci della felicità delle eccezioni. Io ne sono una, voi un'altra; incontrandovi fui subito tratta verso di voi. Ho quindi sognato come ieri sulla vostra spalla.

«Siete sempre malinconica. La vostra fronte bianca come l'ala della più bianca colomba è avvolta nella benda di un pensiero doloroso, la quale ne lascia vedere il candore ma lo ammorza: i vostri occhi hanno la fissazione penosamente estatica delle lunghe meditazioni — e badate, mia bella amica, quando una donna medita così sè medesima, ella è gravemente infelice, poichè il dolore si concentra e si raggomitola quasi a farsi più piccolo, mentre la gioia sprizza dall'anima come una fontana di luce, ricadendo in fiocchi, che si sciolgono in una atmosfera d'irresistibile espansione. Perchè tanta pallidezza sulla vostra fronte? Il pallore è la tinta della morte; una fronte così pallida può ben sospettarsi il sarcofago di un morto ideale. Perchè l'azzurro dei vostri occhi è sovente smorto come quello di una turchese? Vedete: vi ho osservata. Siete divinamente bella nella vostra tristezza, bella come una di quelle statue nude e velate, colle quali gli scultori si compiacciono da qualche anno a popolare le esposizioni: perdonate dunque all'affettuosa curiosità della donna che vorrebbe alzarvi il velo.

«Non soffrite una malattia della vita, ma avete la vita ammalata: non è il lago che sollevato dalla tempesta si frange invano nelle roccie, ma lo stagno, il quale fremente ancora sente che non si muoverà più, non risalirà la collina, non serpeggerà nella pianura; che l'immobilità sarà la morte delle sue acque, onde imputridendo perderanno l'aspetto del cielo e uccideranno i fiori sulla sponda; che ode il vento passare al di sopra e non può sorridergli, che vede le nubi addensarsi minacciando la bufera e sente che non sarà liberato.

«Oh coraggio! La malinconia è la stanchezza del desiderio inappagato, la prostrazione della speranza: sperate, chiedete. Che cosa posso fare per voi? Vi comprendo, non vi sarà spesso accaduto di essere compresa: ma non basta; mi vi offro. Conosco la vita sebbene io pure non viva, ma diventate sinceramente mia amica e vi dirò come abbia scoperto il nostro mondo: vi racconterò la mia odissea, vi mostrerò i giardini di Circe così belli che a rovescio di Ulisse, il quale ne fuggì, bramerete forse di entrarvi: allora indicandovi il sentiero vi domanderò il permesso di accompagnarvi.

«Elisa.»

«Un'altra lettera di lei.