L'impresa d'Africa, se pur merita questo nome, nacque secretamente fra le file diradate del partito, che Cavour aveva con temerità pari alla destrezza condotto alla doppia vittoria sull'Austria e sulla rivoluzione. L'audace statista, che aveva arrischiato la spedizione di Crimea, non sospettò forse, morendo, che i suoi epigoni sarebbero costretti a ritentarne la caricatura sulle coste africane memori ancora del nome romano. Nessuno in paese e alla Camera dubitò sulle prime della cosa: si parlava di una striscia di lido comprata sul Mar Rosso, di una specie di rada, nella quale le future navi del nostro futuro commercio coll'Oriente avrebbero potuto riparare. Di sbarco, di guerra, di conquista neppure una parola; quella sabbia se valeva poco costava anche meno.
Poche capanne vi formavano un villaggio: selvaggi mendichi respinti da guerre interne, o indefinibili mercanti, o avventurieri abbandonati dalle navi di tutto il mondo, vi formavano una popolazione senza fisonomia e senza passato.
Quando si seppe che il Governo vi aveva spedito una brigata di carabinieri, fu per tutto uno scoppio di lazzi; le caricature fioccarono nei giornali, si rideva allegramente di una meschinità che avrebbe dovuto impensierire. Poi vi furono compromessi coll'Egitto, fortilizi abbandonati dalle sue truppe alle nostre: quindi Massaua di villaggio si mutò improvvisamente in capitale senza contrada nè popolo; si discusse di una diga che ne allacciasse l'isoletta al continente, di fortificazioni che dovevano proteggerla da nemici allora insupponibili.
E la gente rideva ancora.
Poscia si aperse l'Esposizione di Torino, mercato delle poche ricchezze dell'arte italiana, nella quale un villaggio medioevale costrutto colle leggi prospettiche di un scenario, col suo castello medioevale in fondo, improvvisato, falso, più meschino di un balocco, più ridicolo ancora dell'idea d'onde era nato, più labile forse dello stesso scopo cui era destinato, fu la sovrana meraviglia e il vanto più orgoglioso. Gli affreschi vi erano dipinti sulla tela, ma i camerieri vi portavano le assise degli antichi servi. Il castello, invece di sorgere sui monti armonizzando con essi la propria architettura, era nascosto nel fondo di una pianura oltre il Po; le case che vi conducevano non avevano che la facciata, ma in compenso nelle loro botteghe imitatamente vetuste artieri moderni abbigliati all'antica vi facevano per la curiosità dei passanti, addottrinati da appositi ciceroni, le stoviglie di un tempo. Era una mascherata nella quale arte e scienza, storia e patria facevano la più umiliante delle figure.
E parve alla stampa che giammai il genio italiano avesse avuto più nobile e meravigliosa fantasia.
A quel castello, nel quale alcuni illustri sedotti da tutte le amabilità della lode, dovevano tenere conferenze sulla vita spirituale e storica del quattrocento, capitarono non meno vilmente e ipocritamente mascherati alcuni indigeni di Massaua, una specie di regina con un paio di guerrieri. Era il Ministero, che imitando per profondi concetti politici la profondità concettosa del Comitato della Esposizione, il quale fabbricava in fondo ad un vicolo di Torino un castello alpigiano nelle proporzioni di un ninnolo per iniziare i borghesi del nostro secolo ai segreti del quattrocento, mandava in giro per le grosse città italiane tutta la dinastia e tutto il popolo della sua nuova compra massauina vestiti come i pagliacci che girano per le fiere nei carrettoni; ma dinastia e popolo non erano ancora abbastanza numerosi per riempirne uno solo.
Allora la gente non rise più, si compiacque. Si cominciò a credere che la costa comprata fosse più che una costa; nelle fantasie si accrebbe il numero degli armati speditivi dal Governo: l'antico orgoglio delle conquiste sopravissuto nella rettorica di tutti i nostri secoli, si levò nuovamente per affermare che il Ministero, malgrado le meschine apparenze da lui date all'impresa d'Africa, fosse composto di grandi uomini intorno ad una grande idea.
Intanto l'Africa aumentava di anno in anno il proprio fascino sulla coscienza italiana. Le sue notizie correvano attraverso quelle del resto del mondo, respingendole, per entrare prime nello spirito di tutti. L'ultimo dei Napoleonidi, fanciullo infelice ed imbecille, era andato a morire, coscritto inglese, all'estremo capo dell'Africa contro una popolazione superba e feroce che l'aveva trucidato. L'immensa epopea del primo impero, depravata in lurido dramma dal secondo imperatore, finiva in un meschino e sanguinoso aneddoto entro un lago d'erba nell'interno dell'Africa. Il primo Napoleone era morto alto sull'Oceano nel cospetto del mondo; l'ultimo soccombeva sotto le zagaglie di pochi selvaggi, perchè cavallerizzo timido ed inesperto non era riuscito ad inforcare la sella del proprio cavallo fuggente.
Poi Gambetta, il Dittatore che colla gloria delle proprie sconfitte aveva riparata l'infamia della resa di Sèdan, ritentava l'esperimento delle armi francesi contro i Crumiri oltre i confini dell'Algeria: la Spagna vegliava sul Marocco, l'Inghilterra stava fisa all'Egitto colla mano fremente sulla corda dei propri cannoni. L'Olanda minacciava di voler risottomettere i suoi Boeri, la Francia risaliva il Senegal, il Belgio con abilità di mercante e sapienza di scienziato si preparava alla conquista del Congo, accodando il proprio re al più intrepido dei viaggiatori del secolo, l'americano Stanley.