Mentre il Governo italiano comprava qualche chilometro di arene lungo il Mar Rosso e menava per le piazze le mascherate de' suoi nuovi cinque sudditi, ogni mattina i giornali italiani levavano l'inno augurale a giovani viaggiatori che partivano per l'Africa. Nessuno prima li conosceva e in un attimo diventavano celebri. Una gloria improvvisa e malinconica circondava il loro nome, un interesse tragico rendeva prontamente noti tutti i particolari della loro spedizione. Nessuno sapeva bene a che cosa intendessero, arrischiando così le loro floride vite, ma ognuno si sentiva lusingato dalla intrepidezza dei loro propositi, sperando non so che da questi viaggi senza ritorno nel cuore dell'Africa rimasto sempre chiuso a tutti gli sforzi della civiltà mondiale. E nullameno non erano nuovi nè l'idea nè il fatto di tali spedizioni. Anche trascurando quelle continue dei missionarii, che hanno tanto arricchito in questo secolo le scienze archeologiche, vi furono audaci in ogni tempo, che malati della nostalgia dell'ignoto esularono verso tutte le contrade inesplorate e vi soccombettero o ne ritornarono senza destare nell'anima della nazione la profonda emozione appresavi dall'addio dei nuovi viaggiatori.

Qualche cosa era dunque avvenuto fra l'anima europea e africana che, riavvicinandole, le predisponeva ad innamorarsi l'una dell'altra. La separazione storica dei continenti già vinta dalle religioni, dai commerci, dalle immigrazioni, dalla scienza aveva dunque cessato coll'apertura del canale di Suez. L'Africa, diventando un'isola, si riuniva all'Europa, giacchè dalle sponde del nuovo canale l'espansione europea si sarebbe allargata, oltre i suoi immensi deserti, fin sopra i suoi favolosi altipiani. Dopo aver tagliato il suo istmo l'Europa risalirebbe i suoi fiumi, e forse fra non molto congiungendo con un altro canale le fonti non troppo discoste dello Zambese e del Congo la spezzerebbe in due grandi isole per irradiarla della propria civiltà da tutto il littorale e dal centro. Un immenso progetto allaga già il deserto di Sahara e convertendolo in mare vi crea sulle sponde fecondate una cintura di città pari a quella del Mediterraneo; le ferrovie cingono fin d'ora tutte le coste africane con un monile di ferro, entro il quale l'Africa prigioniera della civiltà non può ricusarne più i beneficii.

Ma l'Africa antica, quale appariva alla sbigottita fantasia europea di pochi secoli fa, non è ancora tutta vinta. Il suo clima è una vampa, il suo deserto un infinito, la sua aridità una maledizione: oltre i suoi deserti un baluardo d'inaccesse montagne, sulle quali echeggia il ruggito del leoni, ne fende il centro, che la vecchia geografia chiamava Nigrizia. Che cosa vi era dunque in questo centro? Le fantasie dell'arte e della scienza vi si sbizzarrirono nelle più orribili ipotesi, nei sogni più spaventevoli. La civiltà dell'Egitto non era stata africana ma mediterranea, fecondata dall'acqua, solcata dal Nilo e aperta sul mare: la Nigrizia, aggravandovisi, aveva sinistramente atteggiato la sua così spirituale religione. Ora si sa che oltre quei monti vi sono territorii incantevoli, sui quali vive la più feroce razza che forse il sole abbia annerito. Una feudalità selvaggia vi sminuzza l'impero in minime tirannie, una sanguinaria incoscienza vi fa della guerra l'unica industria e della strage il supremo divertimento: i suoi monumenti sono ancora di teschi, le sue vie segnate da ossa. L'antica favola delle Amazzoni vi è ancora una verità nell'impero del Bahomey, che ha il proprio esercito composto di donne: i sacrifici di Moloch, nausea e spavento dell'antico mondo, vi si celebrano ancora ai funerali dei re, nei quali si trucidano migliaia di mogli e di servi.

L'Africa, che ha avuto una civiltà propria sulle coste oggi ancora efficace nella civiltà mondiale, giacchè senza Tebe ed Alessandria la storia è impossibile; che da molti secoli ospita l'Europa sui proprii lidi ripetendovi in molte città la gloria solitaria di Cartagine; che si è lasciata penetrare dai due massimi sforzi religiosi, cristianesimo e maomettanismo; difesa nel centro da monti e deserti egualmente inaccessibili, vive ancora nella più atroce preistoria. Per essa tutto quanto avvenne nella storia del mondo non è avvenuto: i nomi dei più vasti imperi, degli eroi più sublimi, tutte le glorie di tutti i popoli, tutte le creazioni di tutti i pensieri è come se non siano state. La sua vita è ancora nel suo sole che brucia il sangue e dissecca nell'anima tutti i sentimenti; il suo popolo vive nudo come i suoi deserti e con una coscienza arida del pari. Nascere, uccidere, morire, ecco tutta la sua vita. Cielo e terra non hanno poesia di misteri per lei: Dio è il sole, la terra eterna, che divora quanto produce, la sua religione. La forza è il diritto, il fatto la sola verità. Quanti miliardi di vittime in quante migliaia di anni ha consumato la preistoria africana, che immobile nelle proprie idee rudimentarie si ripete colla disperata monotonia di un vagito e di un rantolo, di un bambino che nasce e di un uomo che è ucciso?

Finchè la storia ignorava la preistoria, questa poteva durare fra le bellezze della natura e l'incendio del sole come uno dei tanti alberi mostruosi del suo clima o delle troppe fiere della sua fauna; ma quando la storia dilatandosi irresistibilmente verrebbe a battere colle proprie onde al suo confine, la preistoria incapace di aprirsi volontariamente, doveva essere sfondata e allagata. Storia e preistoria si batterono ovunque, sempre colla vittoria della prima. Le armi della storia erano infinite; quelle dell'altra solamente due, la freccia che vola e la mazza che schiaccia. La storia è un esercito e la preistoria una massa immobile e tempestosa nel medesimo tempo, senz'altra forza che il suo peso e il suo urto. Mentre quella si avanza per esploratori, poeti della redenzione che si inoltrano alla scoperta dei bruti umani, questi alla repentina presenza dei loro scopritori o li adorano o li scannano: ma dietro al missionario, che sperava convertirli, arrivano l'industria ed il commercio che li sopprimono. Il frate in cerca di anime pel cielo diventa così il segugio del colono, che ha bisogno di uccidere il selvaggio per fecondarne il terreno colla propria civiltà.

L'Europa, che quattro secoli or sono discendeva dalla vecchia caravella di Cristoforo Colombo all'America per costringerla ad entrare nell'orbita storica, decisa a distruggervi quanto il suo contatto non vi potrebbe rinnovare, assedia oggi l'Africa per tutte le coste, sulle quali ha già improvvisato miracolosamente molte città. Ma se una volta all'avanguardia del suo esercito non v'erano che missionarii anelanti a piantare la croce del loro Dio su tutte le terre, oggi la sua conoscenza storica più adulta manda viaggiatori egualmente intrepidi a scoprire nuovi paesi per le storie future.

L'attrazione è universale ed irresistibile. Tutto l'istinto poetico delle nuove generazioni si volge verso nuovi mondi. Mentre la scienza e l'arte ricostruiscono quello antico, la vita aspira ad un mondo futuro: l'Europa centro della storia è piccola agli europei. I popoli, che vi si sono costituiti e vi si stanno esaurendo nei loro periodi, sono spinti a cercare una rinnovazione sopra terre vergini; la preistoria deve cedere alla storia tutte le contrade, nelle quali la natura consenta a ricevere il quadro storico.

Oggi, che sono tracciati tutti i suoi confini e ritratte tutte le sue fisonomie, il mondo è troppo angusto perchè la preistoria possa ancora occuparne tanta parte: rispettarvela, suppunendola uguale alla storia, sarebbe un negare la legittimità dell'origine e dello sviluppo di questa.

L'Italia fu la prima ad esercitare una grande influenza sull'Africa. L'antichissima civiltà egiziana non aveva avuto scopo africano, ma cresciuta sul Mediterraneo e sul Mar Rosso era una stazione, dalla quale l'oriente per immensa curva saliva verso l'Europa. Dopo l'Egitto venne la Palestina, poi la Grecia, poi Roma. Roma fu il centro del mondo; l'Egitto vi aveva mirato come l'India, come la Persia, come la Grecia. Roma ritornò dappertutto restituendo nella unità del proprio pensiero il concetto frammentario a lei venuto da ogni parte. Infatti il Cristianesimo vi si fermò suggellandovi l'universalità per tutta la durata della storia.

Roma distrasse Cartagine, ma fecondò Alessandria; ridusse l'Egitto a provincia romana attirando l'Africa nella storia universale. D'allora, l'azione italica sull'Africa fu continua: tutto il commercio africano fu coll'Italia, il Cristianesimo vi ebbe Santi Padri e concilii, vi mandò crociate, vi si battè coll'Islamismo, e unito con lui penetrò nei deserti. L'Africa ebbe quindi due centri fuori di sè stessa, Roma e la Mecca; il suo Egitto risorse meno africano dell'antico; i suoi imperi litoranei fiorirono guardando oltre il mare all'Europa.