—Presentate le armi!
e gl'ultimi feriti, forse poveri contadini degli Abruzzi o della Sicilia, lo compresero e presentarono le armi ai loro morti, offrendosi inermi agli ultimi colpi dei sacrificatori.
La poesia immortale ha protetto la vita di uno di quegli oscuri eroi per salvare dall'oblio quella parola che nessuno de' suoi più grandi poeti, da Valmiki a Firdusi, da Omero a Dante, da Shakespeare a Hugo nelle più fervide ispirazioni del genio avevano saputo trovare, e che l'eroico colonnello pronunciò davanti ai proprii morti nell'oblio del mondo, per la civiltà del quale moriva.
E nell'Italia, istupidita nelle viltà privilegiate della sua borghesia costituzionale, vi fu chi non credendo a questa parola l'analizzò per giudicarla inventata. Da chi? Dal povero soldato che avrebbe mentito per la gloria del proprio colonnello morto. Ebbene: dite a Carducci che ceda a quel ferito il proprio posto di primo poeta d'Italia, perchè se quel soldato ha mentito è molto maggior poeta di lui. Andate a Caprera e ripetetela sulla tomba di Garibaldi: egli la crederà e perdonerà forse all'Italia che, lui morto, ha ancora dei De-Cristoforis, di aver negato per riguardi cortigiani e vaticani il rogo al suo cadavere.
Ma la tragica solennità di Dogali non ha potuto sollevare la nazione dal fango della sua vita politica. Mentre i superstiti, sui quali la ferocia degli abissini si abbandonò alla più selvaggia demenza di sangue, erano trasportati a Massaua, tagliuzzati evirati, deformati, il Parlamento s'imbrogliava nella procedura contro il Governo non osando cacciarlo. Depretis è ancora presidente del Consiglio, il conte di Robilant dimissionario è adulato perchè non se ne vada, Ricotti ministro della guerra, politicante insidioso quanto inetto generale, più d'ogni altro colpevole della catastrofe di Dogali, rimane ancora alla testa dell'esercito, che avrebbe costretto al disonore d'una sconfitta se l'eroismo della morte non l'avesse trasformata in gloria immortale.
Il generale Genè da lui costretto ad allargare la linea militare del confine, assottigliandone fino all'assurdo la difesa, ha richiamato gli avamposti e si trincera in Massaua. Dopo aver romanamente risposto a Ras Alula minacciante con barbara iattanza di trucidare la spedizione Salimbeni catturata prima della battaglia, se tutta l'Africa non fosse immediatamente sgombra d'italiani: che considerava morti i prigionieri e s'affretterebbe a vendicarli; dietro ordini del Ministero, adesso impaurito da un probabile scoppio di ira popolare all'annunzio di altre vittime, ha dovuto mancare alla propria parola e mercanteggiare col barbaro e consegnargli un migliaio di fucili sequestrati ad un suo mercante e cedergli cinque capi di tribù assaortine a lui nemici e riparati nel nostro campo sotto la protezione dell'onore italiano.
E Ras Alula li ha fatti immediatamente massacrare, e dei nostri tre prigionieri riscattati con tanto sacrificio d'infamia, non ne ha liberato che due.
Ora i giornali annunziano che Depretis accoglie nel ministero Francesco Crispi, l'audace rivoluzionario che preparò la spedizione di Marsala, e senza dimettersi, giacchè morente di troppo lunga malattia, gli consegna la direzione del potere. La sua implacabile vanità di parlamentare non gli permette dunque di morire semplice cittadino come Lamarmora che vinse alla Cernaia, Garibaldi che trionfò dappertutto, Lanza che entrò sulla breccia di Porta Pia. E così morrà. I funerali splendidi di tutti gli onori dovuti al presidente dei ministri saranno la sua ultima compiacenza di moribondo: tutte le rappresentanze della Camera, del Senato e della Corte accerchieranno la sua bara, ma la nazione severamente impassibile non avrà un palpito per l'ultimo e il peggiore dei politici, cui in difficili momenti dovette affidare le proprie sorti, mentre i reggimenti allineati lungo la via al comando:
—Presentate le armi,
crederanno di udire la voce del colonnello De-Cristoforis morto sulle alture di Dogali, e imitando il suo eroismo le presenteranno.