—Presentate le armi!
Le presentarono e caddero con esse intorno a lui, che aveva trovato per tutti una di quelle parole, che traversano i secoli come una meteora lasciandovi una traccia inestinguibile.
Quando quella nuvola si dileguò, tutti giacevano in ordine come fossero allineati.
Era tempo.
L'Italia, troppo facilmente schiacciata nei moti del 21 e del 31, battuta per tutte le sue città e le sue campagne nel 48, scarsa vincitrice nel 59 a lato della Francia che la risollevava nel cospetto della storia, sconfitta miserevolmente nel 66 sulla fatale pianura di Custoza e nelle acque di Lissa; l'Italia, alla quale Garibaldi non aveva potuto infondere li cuore, Mazzini il genio, Cavour il senno; che entrata nel 70 a Roma di sorpresa mentre l'Europa preoccupata dell'immane duello franco-germanico non le badava e l'impero napoleonico, protettore del papato, ruinava nella ignominia di Sedan, da sedici anni stava china davanti a tutte le potenze, quasi vergognosa di aver compito la propria unità stracciando un trattato che la coscienza di nazione avrebbe dovuto vietarle di firmare; l'Italia trascinata a Vienna come damigella dell'impero austriaco, accettata a Berlino come una riserva dell'impero germanico, irrisa dal papato, mal rappresentata dal Parlamento, peggio governata dai Ministeri, aveva d'uopo di un eroismo nazionale che risollevandole la fronte le riassicurasse la coscienza. Vissuta, prima di risorgere nazione, nella servitù di ogni forte e nella gloria di un passato al quale nessun presente o futuro di popolo potrà mai somigliare; cresciuta accattando aiuti e dispregi e tremando della propria rivoluzione, perfino sotto la corazza degli ultimi re di Savoia ai quali si sottometteva per incorreggibile abitudine di servitù; discesa ipocritamente da Torino a Firenze per salire trepidamente a Roma; sospinta dalla legge storica dell'Europa all'impresa africana senza comprenderne nè il carattere nè volerne la grandezza, aveva d'uopo che un drappello de' suoi soldati trasformandosi in eroi le provasse che nelle vene del suo popolo ferveva ancora il sangue latino e che la rivoluzione, per la quale era rinata e dalla quale aveva rifuggito, proseguiva nell'impresa d'Africa sospingendola col proprio soffio.
Quei cinquecento soldati, che prigionieri di un'immensa moltitudine non avevano nemmeno rivolto il capo per cercare istintivamente il lido lontano di Massaua, erano l'Italia nuova. Parlamento, Ministero, Monarchia, tutto disparve in loro, davanti a quest'Africa selvaggia che voleva respingerli, e sorpresi si disponeva a trucidarli. Indietreggiare era sottomettere la loro coscienza all'istinto di quei selvaggi, che si battevano per non diventare uomini.
Non bastava morire, poichè la morte era inevitabile, ma bisognava morire colla impassibilità di un orgoglio nel quale la morte non è più una sconfitta, con un valore che provasse ai nemici quanti africani valesse un solo soldato d'Italia.
L'Africa antica incatenava le proprie legioni per impedire loro di fuggire: l'Africa moderna, ancora uguale all'antica, vedrebbe un manipolo più compatto che se stretto di catene resisterle tre ore e cadere simultaneamente conservando nella morte l'allineamento della battaglia, simbolo dell'ordine superiore della loro vita. Questo eroismo non aveva uguale e non poteva averlo come inizio di epoca nuova. Leonida difendendo le Termopili non ebbe che l'eroismo della passione; i Maccabei non superarono Leonida, i Fabii non sorpassarono i Maccabei. In tutti gli eroismi immortalati dalle cronache o consacrati dai poemi la passione è l'anima quando la disperazione non è tutta la forza; nei cinquecento di Dogali l'immobilità della battaglia e della morte provano una coscienza sollevata al di sopra della vita da una di quelle rivelazioni improvvise, che la storia fa nell'anima di un popolo.
Si sentirono grandi, e lo furono.
Il loro colonnello, crivellato di ferite, ravvolto nell'immenso turbine africano, riassunse morendo tutto il loro orgoglio per gettar loro un saluto, che nè Rama nè Achille, nè Sigfried nè Orlando avrebbero compreso.