E Satana, il grande ribelle precipitato dal cielo perchè non aveva voluto adorarvi il tiranno, diventava l'amico del popolo, il suo eroe più antico, non fiaccato nemmeno dalla onnipotenza di Dio. Egli solo poteva ancora offrire qualche consolazione agli infelici, liberandoli da tutti gli scrupoli del peccato che toglievano loro perfino l'uso delle proprie carni; egli solo, che non s'era curvato al Signore del cielo, poteva rialzare la fronte del popolo troppo piegata davanti ai padroni della terra.

La passione di Cristo non era nulla in faccia a quella di Satana condannato al fuoco eterno: la passione di Cristo non aveva consolato nessun dolore, tolta nessuna miseria.

Il mondo era sempre così, i poveri sempre poveri.

E allora tutti i cuori si volgevano al più antico infelice, che non aveva mai ricevuto conforto, che aveva sorriso sdegnosamente della redenzione di Cristo e lo invocavano, lui il dannato che li aspettava nell'inferno, chiedendogli un atomo di felicità, un atomo di gioia.

Anche la terra era ammalata di dolore: d'inverno soffriva il freddo come i poveri, aveva tutte le loro malattie e tutta la loro fame. Adesso non produceva più. La grandine e il fulmine non cadevano sopra di essa che dal cielo.

Dio lontano, in alto, superbo ed insensibile, non domandava che incensi, non esigeva che ringraziamenti.

La demenza tragica delle antiche orgie dionisiache scoppiava in tutti gli spiriti travolgendovi misteri e riti cristiani; si chiamava Satana, si volevano i suoi miracoli, la sua incarnazione di un momento nella strega, l'emancipazione di tutta la vita e di tutta la natura dalle leggi di Dio. Era la rivolta della debolezza costretta a sfogarsi nella empietà.

Le feste si facevano di notte perchè il sole era di Dio. La luna abbandonata e fredda poteva sola comprendere l'abbandono della terra. Era come il delirio doloroso di tutti quei lavoratori che per generazioni di generazioni si erano estenuati a fecondarla e vedendola estenuata com'essi volevano consolarla. Sentivano i suoi lamenti nei boschi, il suo silenzio disperato nei prati, il suo pianto lento nelle rugiade.

La terra piangeva, la terra soffriva. Il suo destino era come quello del lavoratore: i signori le calpestavano nelle guerre e nelle sue caccie le poche messi, le abbattevano le quercie per i loro castelli, le uccidevano i più miti animali per allevare i più infesti.

La terra pativa immobile, chissà da quanti secoli.