La rivoluzione italiana però rimase e rimarrà eternamente incarnata in Garibaldi e in Mazzini: Ercole e Prometeo, tanto maggiori oggi di quanto il mondo antico greco è inferiore al mondo moderno.
E il comizio finì freddamente.
Me ne ricordo: il pubblico era accigliato, quasi triste.
Aveva veduto il volto di Garibaldi in un ritratto, non aveva sentito l'anima di Garibaldi in nessuno di quei discorsi che avevano durato quasi due ore.
Don Giovanni era dileguato fra la folla.
Non lo vidi più.
Quella notte dopo la sua morte, ritornando dal caffè, pensai lungamente a Don Giovanni. La sua villica e schietta figura mi si presentava al pensiero in tutti i racconti della sua vita. Lo vedevo cinto di contrabbandieri trafugare ai confini della Toscana i rivoluzionari romagnoli, vestito di una piccola giacca col fucile sulle spalle: lo vedevo prete al letto dei malati, al banco degli sposi, agli altari delle chiese: lo ritrovavo cacciatore sui monti col gabbione sulle spalle, a sera innanzi la piccola casa curando gli uccelli nelle gabbie assistito dagli stessi monelli che lo aiutavano nel paretaio; lo seguivo nelle caccie alla lepre. Era un semplice e un forte. Alla mattina dissi che sarei partito per Modigliana.
L'amico che doveva accompagnarmi era un giovane signorile, fanaticamente liberale, che mi aveva spesso aiutato a ricopiare i libri che do alle stampe.
La giornata brumosa e fosca accennava a piovere. Nullameno, attaccammo il ronzino e partimmo. I monti in quella melanconia dell'autunno parevano più belli: i campi erano già seminati e i boschi cominciavano a perdere le foglie. Discendemmo a Riolo, dove molti che si disponevano a partire per Modigliana ci salutarono; erano tutti giovani eccitati che parlavano entusiasticamente di Don Giovanni. A poche miglia da Riolo calando verso Castel Bolognese ci trovammo davanti una lunga fila di biroccie cariche di legna: i birocciai, che al solito camminavano loro innanzi un cinquanta passi, si rivolsero al tintinnío delle nostre sonagliere, ma invece di ritornare ai loro cavalli per darci il passo seguitarono ciarlando. La strada non molto larga era quasi chiusa dalle biroccie. A sinistra le loro ruote rasentavano i mucchi della ghiaia preparata per l'inverno, a destra lasciavano un piccolo vano; misi il cavallo al passo, e riconoscendo inutile ogni appello ai carrettieri tentai di passare. Lo stretto era minimo ma sufficiente: però quando il mio cavallo arrivò colla testa alla groppa del cavallo da bilanciere della prima biroccia, questo si torse come per sferrargli un calcio. Il mio indietreggiò, una ruota scivolò dal ciglio della strada. Il cavallo, sentendosi tirare al petto dal peso del biroccino, si ritrasse di un altro passo; feci per saltare, era troppo tardi e rotolammo giù nel burrone. Non era molto profondo ed era il solo lungo la strada da Riolo a Castel Bolognese. Nel fondo alcune acacie vi ombreggiano una fontana che serve ai contadini dei dintorni, ma tagliate il giorno innanzi presentavano come tante cuspidi sui cespi. Cadendo dall'altezza di cinque o sei metri andai a battere col ginocchio destro, rattrappito, sopra una di quelle punte. La percossa fu così forte che quasi non la sentii, ma quando volli alzarmi, prevedendo che il cavallo rimasto a mezza costa nel primo sforzo per drizzarsi mi sarebbe rotolato addosso col biroccino, m'accorsi che la gamba non veniva.
—Mi son rotta una gamba, urlai al compagno che già stava in piedi incolume e sorridente.