—Che!
Il cavallo non si mosse. I birocciai avevano proseguito senza nemmeno voltarsi.
Quindi accorsero contadini dai prossimi campi.
Abbreviamo questo racconto che non può interessare alcuno. Per non svenire dallo spasimo mentre mi portavano di peso su per il pendio della strada, misi il labbro inferiore fra i denti e lo perforai senza accorgermene: fui trasportato nella casa più vicina. Il medico di Riolo, un amico, accorse prontamente e non constatò che una forte contusione al ginocchio, che parve impressionarlo: il mio compagno, prevedendo che il racconto della caduta sarebbe giunto a Casola spaventando sinistramente i nostri genitori, mi consigliò di ritornare alla villa invece di discendere a Faenza. Acconsentii. Il medico del villaggio giudicando la cosa leggiera non volle mettere nè ghiaccio nè sanguisughe sul ginocchio: al mattino una sinovite enorme era già determinata.
I dolori infierivano.
Feci telegrafare a Modigliana l'accaduto e attesi fra gli spasimi che ritornasse qualcuno a raccontarmi dei funerali.
Allora io stesso non credevo la cosa molto grave.
La notte seguente non dormii. L'indomani verso sera venne a trovarmi un gruppo dei giovani che dovevo rappresentare.
I funerali erano stati imponenti per concorso di popolo, ma scarsi di oratori e quel che è peggio infelici. Il sindaco di Ravenna, del quale è inutile ricordare qui il nome, goffa figura di zoccolante diventato poi deputato, aveva quasi asfissiato il pubblico con un discorso dei più lunghi e dei più grevi. La gente, mi raccontavano quei giovani, aveva ascoltato strabiliando le sue frasi mezzo pretine pronunciate a voce chioccia.
Nullameno i funerali erano stati belli, gli oratori non avevano potuto guastarli.