Se domani il papa cessasse di essere re, non uno dei cattolici cesserebbe di essere tale: il re non era dunque necessario.

Gregorio XVI, il re d'allora, era crudele. Don Giovanni troppo ignorante per aver letto il Trionfo della Santa Sede, e stimare in lui il teologo, era troppo buon cittadino per non disapprovare il pessimo sovrano; ma quando per propiziarsi lo czar il papa riprovò i Polacchi morenti con disperato eroismo contro i Russi, Don Giovanni fu quasi per trascendere. Il potere temporale, che teneva schiava l'Italia, minacciava di mutarsi in ragione di schiavitù a tutti i popoli.

Non bastava soffrire, bisognava aiutare. Don Giovanni entrò nella vita politica chiamato dallo stesso strido di dolore, che lo aveva più volte condotto al letto dei moribondi.

Così rimase prete.

Niuno sulle prime se ne accorse. La rivoluzione che si compiva silenziosamente nel suo spirito, somigliava a quella che si veniva maturando in Italia e della quale gli affigliati sapevano poco, i governi nemici quasi nulla. Se Don Giovanni fosse stato un pensatore, si sarebbe gettato con violenza nelle nuove teoriche religiose per rovesciare il papato; essendo invece un uomo di cuore, discese nell'azione aiutando quelli che rischiavano la vita a preparare i combattimenti dell'indomani. Cacciatore sui confini della Toscana e della Romagna, le sue amicizie coi contrabbandieri iniziarono le sue relazioni politiche senza macchiare la sua austera probità, giacchè le leggi doganali dei piccoli governi che separavano allora l'Italia non gli erano mai sembrate vere leggi.

Quali fossero i suoi primi rischi di patriota sapranno forse i pochi vecchi amici superstiti, ma non ne fu ancora scritto. Se prete consentisse ad affigliarsi in una delle tante società secrete che allora riunivano colla loro disciplina i ribelli, lo ignoro; forse l'orgoglio del suo carattere indipendente e il suo abito sacerdotale glielo impedirono. Ma presto fra i congiurati della Romagna si seppe di un prete di Modigliana che aiutava, cimentando tutto sè stesso, a trafugare coloro che audacia di generose impazienze o perversa abilità di spie avevano compromesso. Modigliana, piantata fra i monti nel confine toscano, divenne rifugio e passaggio di congiurati, ed era sempre Don Giovanni che senza nemmeno conoscere il nome dell'uomo pel quale arrischiava la vita; giovandosi delle proprie non sospette abitudini di cacciatore andava di notte, a piedi o in biroccino, ai convegni, per ricondurne a casa propria profughi e proscritti. I contrabbandieri lo aiutavano spesso.

Intanto nelle apparenze della sua vita nulla era mutato malgrado la rivoluzione che gli si allargava nella coscienza.

La sua religione invece di contraddirli si accresceva di quegli atti patriottici.

Ma i tempi ingrossavano. L'eco delle vittorie di Garibaldi nell'America valicando l'oceano veniva a percuotere per tutti i monti d'Italia: le fantasie s'infiammavano, nobili orgogli e speranze anche più nobili s'alzavano nelle anime che la tirannide secolare non era riuscita a protestare. Mazzini esule, ma presente collo spirito in ogni terra, organizzava congiure, dava ordini, scriveva lettere, opuscoli, libri, agitando ogni sorta di questioni e riassumendole tutte in quella della libertà, eloquente come la tempesta, luminoso come un sole. Tutti ascoltavano e guardavano. La sua figura, cui la tragedia della patria dava una tragica espressione accresciuta dal mistero della sua vita privata e dalla ubiquità della sua presenza, sgomentava le anime fanciulle attirandole col fascino del pericolo; la lirica delle sue frasi e la religiosità del suo sentimento seducevano persino coloro, che la sua politica troppo chiara ed insieme tenebrosa minacciava.

I più giovani e i più intrepidi non parlavano più che d'insorgere.