Il disprezzo pei governi ancora più timidi che feroci fomentava il coraggio, mentre le satire del Giusti, i romanzi del Guerrazzi, le canzoni del Berchet infiammavano entusiasmi già esasperati dalle ridicolaggini delle persecuzioni papaline. Nella Romagna, Beozia d'Italia se il suo Monti fosse stato Pindaro, altrettanto scarsa d'ingegni che robusta di temperamenti, scoppiarono i primi moti, ma la nullaggine degli uomini che li dirigevano, impedì si diffondessero guadagnando nome nella storia. Il coraggio che sa insorgere e l'eroismo che sa morire, non bastano alla tragedia: solo l'ingegno, che potrebbe vincere diventa tragico quando gli avvenimenti lo sopraffanno e soccombe. L'ingegno mancò anche questa volta alla Romagna.

Nel settembre del 1845 per moti di Rimini una mano di armati raccolta a Bagnacavallo e a Faenza, scorrendo senza vera direzione le campagne, tentò una sollevazione. La guidavano Pietro Beltrami e Raffaele Pasi, gentiluomini entrambi, ignari ed ignoranti, che la chiarezza della nascita e la distinzione delle maniere aveva naturalmente designati capi. Del primo le cronache non seppero più nulla, del secondo narrarono che soldato aristocratico ed intrepido diventò poi generale e cortigiano. La sollevazione di un giorno dopo di essersi impadronito della dogana delle Balze, sul confine fra Modigliana e Faenza, si disciolse in una pacifica resa alle truppe toscane.

Don Giovanni che vestito da cacciatore aveva primo invaso la dogana, non riconosciuto o protetto dalle simpatie di tutti, non ne subì dopo il fallimento dell'impresa persecuzioni politiche. Oramai con quella insurrezione il carattere della sua vita si era determinato.

Egli voleva essere prete e patriota, giovando senza brillare. La vanità, così comune ai convertiti di ogni fede, non viziò mai la sua anima. Le contraddizioni del cattolicismo colla libertà, che allora s'affannavano a conciliarsi nel cattolicismo liberale, non erano ancora penetrate e non penetrarono mai nella sua coscienza; più cristiano che cattolico non sentì le antitesi, nelle cui soluzioni si smarrirono i più grandi spiriti del tempo.

Fallito quel tumulto, nessun rimorso lo turbò: forse un rammarico gliene rimase della inettitudine colla quale era stato promosso e condotto. Attese. Ma restando prete fra i preti, che colla fatuità degl'impotenti credendo di aver soffocato una terribile insurrezione insultavano al sogno di una Italia liberale, non divenne ipocrita. La rozzezza dei modi e delle abitudini, isolandolo dalle conversazioni inevitabili al suo ufficio sacerdotale, gli facilitarono il nobile riserbo nel quale si chiuse. Forse qualcuno lo sospettò, i più seguitarono a giudicarlo uno spirito bizzarro, un temperamento villico più appassionato di caccie che di processioni.

La maggior parte de' suoi amici insorti, dispersi per la Toscana, corrispondevano ora più sicuri con lui risparmiato dalla persecuzione.

Intanto i moti religiosi e rivoluzionari procedendo verso la libertà, preparavano la rivoluzione del quarantotto. Pio IX, cardinale imolese, eletto pontefice suscitò entusiasmi, dei quali oggi è impossibile rendersi conto. Il sogno del cattolicismo liberale parve avverato fra un immenso soffio lirico che sollevava popoli e pensatori. Tutti coloro, che da anni lavoravano a una rivoluzione guidata dalla religione subendo gli scherni dei veri rivoluzionari e le diffidenze dei veri cattolici, si credettero arrivati al trionfo. Pio IX annunziatosi con una amnistia, che implicava la condanna del suo predecessore, proseguì liberaleggiando: guelfi e ghibellini sospesero le ingiurie per unirsi in un coro di lodi che finì d'ubbriacarlo. Un'ira di guerra si univa al fervore della libertà; si parlò di crociata. Gli entusiasmi cavallereschi del romanticismo scoppiarono, mentre l'energie delle vecchie repubbliche e dei piccoli ducati riapparivano improvvisamente, come evocate dalla forza dei tempi nuovi. Era un tumulto di sentimenti eroici, un fracasso di frasi liriche. Bisognava credere, perchè fra poco si sarebbe dovuto agire. Mazzini ripiegando la bandiera repubblicana prima ancora di sollevarla al sole delle battaglie, scriveva a Carlo Alberto e a Pio IX, sfiduciato d'entrambi, sacrificando con magnanima accortezza politica alla necessaria illusione del momento ogni sincerità di pensatore e superbia di capo: Garibaldi, riempita l'America del nome italiano, attendeva un segnale per rivalicare l'oceano e seguitare in più splendido canto l'epopea delle proprie vittorie. Gli ultimi odii irreligiosi erano sopraffatti dal coro instancabile di speranze che cantava nelle piazze e nelle chiese, nei cuori dei giovani e nelle teste dei vecchi.

Solo qualche classico cresciuto nell'odio del romanticismo o della religione protestava tacendo. Niccolini colla chiaroveggenza del poeta penetrando oltre l'illusione del momento si ricusò ad un'opera, che fallita doveva lasciare discordie peggiori di quanto allora ne conciliava; e feroce fra tanta bontà di accordi si chiuse prigioniero volontario in fondo alla propria accademia per non uscirne che quando la commedia insanguinatasi nel dramma spirerebbe nella più tragica delle disperazioni.

Forse l'acrimonia del carattere e l'angustia dello spirito giacobino gli acuirono la naturale perspicacia dell'ingegno.

Ma i principi d'Italia, malgrado la nuova aria che li sollevava tant'alto, rimasero troppo più bassi che all'opera non fosse necessario.