E alla voce che lo gridava già morto quando nei giorni passati alla testa di quattromila uomini scorreva l'appennino, ora più solo e abbandonato che in alcun tempo della sua vita, ne era succeduta un'altra che lo diceva salvo. Nessuno sapeva nè dove nè come, ma Garibaldi doveva essere salvo.

Dai monti di Modigliana Don Giovanni tendeva l'orecchio a questa voce.

Per lui Garibaldi era ormai tutta l'Italia. La rivoluzione fallita per sola colpa degli Italiani, che l'avevano indebolita disgregandola nelle vanità delle singole provincie, non aveva avuto che due uomini, Garibaldi e Mazzini: tutti gli altri per quanto alti di pensiero e generosi di sentimento non erano arrivati al concetto in una sola Italia. La maggior parte di essi, mascherando le vanità paesane di piccoli studi storici, invocavano una federazione che mancando dell'idea fondamentale dell'unità non avrebbe mai potuto produrre la necessaria unione di tutti gl'interessi divergenti per combattere lo straniero e conquistare la libertà. La confederazione possibile in uno Stato già indipendente o livellato da una servitù uniforme, nell'Italia d'allora non era che una ipocrisia dietro la quale i suoi piccoli Stati tentavano salvarsi dalla rivoluzione; e coloro fra i rivoluzionari che la caldeggiavano, e ve ne furono d'illustri, dimenticavano la vera necessità del momento politico per smarrirsi nella compiacenza di un futuro discentramento amministrativo, il quale giovandosi dei caratteri spesso antagonisti delle nostre razze, e delle incredibili differenze del nostro clima, traesse poi da tutte le nostre forze parallelamente ordinate tutta la varia quantità di risultati che possono dare.

Don Giovanni si era accorto fra i primi dell'errore della confederazione. I moti parziali che avevano preceduto il 48, determinati dalle diverse energie e condizioni delle provincie, erano miserevolmente finiti: gli stessi dolori li avevano eccitati, le medesime vanità li avevano condotti a fallire. Austria e clero tremendamente unitari avevano sempre riso e seguiterebbero a ridere di ogni tentativo rivoluzionario senza unità di mezzi e di scopi. Le monarchie italiane costrette dalle necessità dei tempi a simpatizzare colla rivoluzione, negandola nel proprio secreto per egoismo d'esistenza, parlavano naturalmente di costituzione e di confederazione per indebolire con piccoli fatti liberali e con grandi promesse di libertà l'apostolato di Mazzini, che secondata abilmente l'illusione federale monarchica, era ritornato più forte di prima alla predicazione dell'unità.

Ma i tempi immaturi gli avevano mancato. Austria e clero coalizzati avevano trionfalmente resistito a tutti gli sforzi del suo genio. Caduta Roma, l'Italia rientrava nella infermità delle proprie forme storiche, uscendo dalla rivoluzione come da un brutto sogno.

Il solo torto di Mazzini, secondo Don Giovanni, era di aver troppo insistito sulla necessità di un nuovo cristianesimo più morale che dogmatico, senza tradizioni e senza gerarchie. Certo nessuna rivoluzione può prescindere dall'elemento religioso, sotto pena di non essere rivoluzione intiera, ma quel dissidio filosofico con Roma aveva indebolito, disperdendolo in altri campi, lo sforzo rivoluzionario. La rivoluzione francese più abile e più profonda aveva preferito negare il cattolicismo per giovarsi dei dolori e degli odii da esso prodotti in tanti secoli di tirannia e di corruzione. Mazzini aveva sognato contemporaneamente la resurrezione e la rigenerazione dell'Italia. Era troppo. La lirica delicata e veemente del suo sentimento religioso, invece di sollevare gli animi contro le brutture del cattolicismo, riscalducciava la bigotteria latente in tutte le coscienze rendendo più ascoltati i preti, che affermavano essere nella religione l'unica verità della vita. Troppa era ancora l'ignoranza e la bassezza di cuore perchè il nuovo cristianesimo umanitario di Mazzini fosse compreso.

E piuttosto che una riforma questo pareva ai più una confessione umiliante d'inferiorità in faccia al cattolicismo, mentre la scienza aveva già spezzata da un pezzo l'orbita cristiana.

Invece Garibaldi, cansando il problema della rivoluzione religiosa, aveva urtato impetuoso nell'ignobile tirannia di Roma: quindi coll'infallibile intuizione popolare affermando cattolicismo e romanismo, clero e religione identici nell'attualità storica, aveva capitanato contro di essi l'odio delle plebi, solo rattenendolo negli accessi per magnanimità di natura. Se nessuna forma religiosa era stata rispettata da lui, nessun prete innocente o colpevole aveva patito persecuzioni.

Questa sintesi del suo cuore era stata più larga ed efficace della sintesi intellettuale di Mazzini per la rivoluzione.

Garibaldi solo in quel momento era tutta la rivoluzione: guai se fosse morto!