A questo pensiero, che lo tormentava notte e giorno, Don Giovanni si sentiva letteralmente morire. L'inerzia, nella quale si era per eccesso di chiaroveggenza condannato durante il periodo rivoluzionario, gli aveva prodotto nell'anima una specie di sdegno contro sè medesimo che l'azione solamente avrebbe potuto calmare. L'agonia d'Italia gli diventava rimprovero alla calma della sua vita di cacciatore e di prete. Bisognava pur soffrire e morire in un'ora che Dio aveva concesso alla morte. A Napoli, a Roma, a Venezia, a Milano, dappertutto si moriva: gli ultimi tiranni trucidavano i nuovi martiri; framezzo a un popolo per troppa miseria ignaro ed ignavo drappelli di generosi morivano baldamente, gettandogli per ultimo grido una parola di rivolta e di amore.
Garibaldi errava solo per la foresta di Ravenna; così gli avevano scritto vecchi congiurati. Bisognava quindi salvarlo, adesso che Roma da lui difesa sorrideva agli stranieri invasori e Venezia si arrendeva, e il Piemonte per conservare la larva del proprio statuto sotto le minaccie dell'Austria mutava larva di re; e il triumvirato toscano, ombra del triumvirato romano, spariva nelle tenebre della reazione granducale; e i borboni ritiravano a Napoli la costituzione insanguinandola nelle vie, e la rivoluzione falsata a Parigi dalla repubblica francese, che mandava ad assassinare la repubblica romana, era tradita a Vienna, soffocata a Berlino nel sangue più generoso: salvarlo adesso che generale senza esercito errava fra il popolo incapace di riconoscerlo, ormeggiato da spie, circuito da pattuglie pronte a fucilarlo! Morire ma salvarlo, perchè egli solo poteva un giorno rialzare l'Italia, essendo stato solo a concepirla e a combattere per l'Italia libera ed una! Mentre i più illustri uomini delle varie provincie disonoravano di lamenti e di contumelie reciproche la sventura di quell'ora, Garibaldi già rituffatosi nel popolo e subitamente dimentico della propria gloria di generale, non si difendeva, non si vantava. Come prima di battersi in Italia per l'Italia, comprendendo per lei il bisogno di una nuova gloria militare, era andato a conquistarla in America: sentendo che il torto della rivoluzione fallita era solo dell'Italia, più coraggioso di tutti nascondeva col proprio silenzio quella viltà all'Europa, conscio per prova che il raccoglimento del dolore è sempre più fecondo di tutta l'agitazione delle diatribe. Taceva ed errava. Dov'era in quell'istante? Qual nuovo disastro lo colpiva?
Ma Garibaldi non poteva salvarsi che per la via di Toscana. L'esperienza di Don Giovanni, che aveva trafugato tanti proscritti, lo assicurava di questa necessità. Tutta la legazione di Ravenna era coperta di pattuglie e di spie; impossibile penetrare nel Veneziano o muovere per Bologna verso i ducati.
Ma ad ogni ora il pericolo aumentava: i minuti erano forse contati.
Dov'era Garibaldi?
Sotto il suo mantello di proscritto egli portava allora tutta la fortuna d'Italia.
Bisognava salvarlo a qualunque costo, e che un prete fosse il suo salvatore.
Garibaldi rimasto solo non era più l'eroico avventuriero d'America, che figlio di patria schiava vinceva per la libertà di altre terre; non il generale improvvisato che difendeva Roma contro l'Europa e la repubblica contro l'impero e il papato, ma tutta la rivoluzione. Coll'infallibile istinto del genio, fallita l'impresa di sollevare l'Italia, aveva licenziato i soldati rinunciando a ritardare inutilmente la resa di Venezia. Nessuna resistenza giovava più; bisognava riserbarsi ad altro tempo, forse prossimo, ritemprandosi in migliore preparazione. La nuova rivoluzione avrebbe mutato metodo e processo. La trepidazione vile ed avara, colla quale tutti i piccoli governi della penisola s'affannavano a ritirare dal naufragio quanto meglio potevano, profittando magari delle peggiori condizioni del vicino, significava che della rivoluzione vinta e della rivoluzione futura non avevano la più piccola coscienza. Dopo di essersi battuti per velleità nevrotiche contro lo straniero, si liticavano stiracchiando i confini come i moribondi tirano le lenzuola. Avrebbero ceduta tutta l'Italia per protrarre di un miglio la propria linea doganale.
Roma benediceva e malediva. Per lei tutta la rivoluzione era infame, e l'Austria tiranneggiava l'Italia per diritto divino, e Ferdinando valeva S. Luigi, e Isabella di Spagna Santa Teresa, e la libertà era falsa, la patria solamente in cielo, la storia italiana immutabile col papa re di poche provincie esauste, col napoletano selvaggio nelle campagne o putrido nelle città, col lombardo-veneto soffocato dai croati, coi ducati lacerati da maniaci come Carlo III o da usurai come Francesco V, con governi tutti senza garanzia di rappresentanza nazionale, coi mari senza navi, coi campi senza strade, colle frontiere senza eserciti, colle scuole senza scienze, colle arti senza ideali, colle chiese senza Dio.
Era il programma di Roma.