La monarchia battuta a Custoza e a Lissa impose tremando al solo vincitore d'Italia, che retrocedesse; e il vincitore superò le viltà dell'ordine colla sublime concisione della risposta: Obbedisco!

Quando Don Giovanni potè leggerla nei giornali pianse.

Garibaldi, come Cesare, aveva vinto sè stesso.

Ma fedele alla propria missione, Garibaldi ritentava nell'autunno susseguente l'impresa di Aspromonte, a ciò incuorato e impedito secretamente dal Rattazzi, che nell'audace profondità di una politica allora maledetta, e oggi ancora incompresa superava continuandole le più difficili e gloriose combinazioni del Cavour. Aspromonte era stata l'ode, Mentana fu il dramma. Papato ed impero francese vi perirono, mentre la monarchia italiana ne uscì moralmente diminuita. Garibaldi sconfitto per l'ultima volta vi si trasfigurò in eroe mondiale eccedendo nella sua lotta col papato le proporzioni di una battaglia italiana. Napoleone ripetè imperatore l'errore, al quale aveva troppo cooperato come membro della repubblica, rivelando nell'agonia dell'impero il secreto delle sue origini ed affrettandone la catastrofe fra l'odio della coscienza francese e il disprezzo della coscienza europea; il papato assalito ancora una volta da Garibaldi non osò chiamare il proprio popolo alle armi e invocò dalla Francia un aiuto ai mercenari, confessando così che il suo regno era una soperchieria senza diritto e senza avvenire. Garibaldi ritirandosi dai campi sanguinosi di Mentana traversò l'Italia di Vittorio Emanuele silenziosa ma fremente di sdegno contro il governo. Rattazzi, che con audacia di genio aveva voluto un attacco contro Roma dalla rivoluzione, risoluto ad impedirne il trionfo finale che sarebbe stato la morte della monarchia, calcolando che l'impero francese con questa suprema difesa del papato libererebbe per sempre l'Italia dal debito del 59, cadde dal ministero, percosso da tutte le ire, magnanimamente silenzioso e superbo.

Quella fu la più grande giornata del Parlamento italiano.

Don Giovanni, che nella sua fede in Garibaldi aveva profetato fra gli amici la presa di Roma colla fine del potere temporale, ne rimase sconcertato. Egli non capiva, e non capì forse nemmeno più tardi, che se Garibaldi avesse preso Roma, l'Italia avrebbe dovuto proclamare subito la repubblica, essendovi tuttavia immatura per difetto di scienza e di coscienza.

Garibaldi a Mentana aveva tagliato il nodo del papato e dell'impero, lasciando alla monarchia costituzionale d'Italia, larva incerta di repubblica, di strapparne i capi tre anni dopo.

Roma e Parigi si liberarono quasi contemporaneamente del papa e dell'imperatore.

Fu in una notte tiepida e serena che a Modigliano giunse il telegramma della presa di Roma. Da qualche giorno la campagna era cominciata, e quantunque il nemico fosse più che spregevole, il popolo non era senza inquietudine. La tradizione dei disastri monarchici, quando la monarchia si era battuta colle sole sue forze, pesava su questa spedizione, che non meritava nemmeno il nome di guerra. Si raccontavano aneddoti di La Charette generale dei zuavi, che fedele alla memoria del proprio nome infestava la campagna romana deludendo e superando i bersaglieri di Lamarmora, e allora l'anima del popolo si voltava a Garibaldi. Ma questi, che sapeva di aver ucciso il papato a Mentana, ne abbandonava le spoglie alla monarchia di Savoia incaricata dalla storia di saldare l'una all'altra tutte le membra d'Italia. Un'altra più grande idea occupava il suo spirito. Francia, Italia e Spagna, tutto il vecchio mondo latino doveva riunirsi per rattenere entro i limiti della nazionalità l'espansione del mondo tedesco, contrabilanciando in Europa il dispotismo ancora chissà per quanti anni necessario al mondo russo per sorgere alla propria unità. Francia e Italia, congiunte a Solferino, divise a Mentana, dovevano provare a sè medesime che le loro effimere differenze dipendevano dagli inevitabili egoismi dei loro governi, non già dal loro storico ideale. Garibaldi, che aveva perduto per opera della Francia contro il papato, vinse per lei contro la Germania a Digione; mentre l'Italia dichiarando al mondo la fine del papato salutava con Garibaldi una nuova Francia fra le rovine dell'impero napoleonico e il trionfo momentaneo dell'impero tedesco, fondatrice della repubblica moderna.

Solferino aveva congiunto le due nazioni, Digione fuse i due popoli.