Ma Roma e Venezia, la più grande città e la più marinara repubblica del mondo, mancarono ancora all'Italia.
La guerra sostò.
Don Giovanni cappellano negli eserciti del re d'Italia ritornò quindi ai propri monti, affermando nell'orgoglio trionfante della sua vecchia fede italiana, che prima di morire avrebbe veduta Roma capitale d'Italia. I nuovi moderati, fanatici ammiratori di Cavour e di Vittorio Emanuele, ne sorrisero, giacchè il bigottismo appiattato in fondo ai loro cuori li faceva perfino dubitare del senno di Cavour, il quale non osando assalire Roma la faceva nullameno dichiarare dal Parlamento, accolto in Torino, capitale d'Italia.
Chiusa l'epoca delle congiure e posate le armi, Don Giovanni non lasciò più l'aria serena dei proprii monti che per recarsi a Torino, dietro invito del Ricasoli, ad impedire che il dissidio fra Garibaldi e Cavour degenerasse in guerra aperta. La situazione, già molto grave di per sè, poteva risolversi funestamente. Garibaldi esasperato dalla cessione della propria patria alla Francia, punzecchiato da tutte le invidie dei giornali monarchici inveleniti di una gloria che stentavano a comprendere, offeso quotidianamente dalle fatali viltà di una politica parlamentare, che mirava a sminuire la grandezza della sua opera per ingrandirne la monarchia di Savoia così stretta fra l'aiuto dei rivoluzionari e dei francesi da soffocarvi quasi, ebbe uno scoppio formidabile d'indignazione. I suoi garibaldini, che avevano operato per la patria più di quanto la monarchia di Savoia avesse fatto per sè medesima accettando l'Italia dalla rivoluzione, erano dal nuovo governo peggio che obliati, percossi. Allora egli che, ceduta Napoli a Vittorio Emanuele, era ritornato a Caprera non trasportando sulla piccola barca, frutto di tanta conquista, che un sacco di fagiuoli, rientrò in Parlamento per ripetere con accento più formidabile di Napoleone I il 18 brumaio, a Cavour fatto sicuro dalla sgomenta inesperienza del Parlamento: Che cosa avete fatto delle mie legioni?!
Quel giorno la nuova monarchia tremò: il lampo dello sguardo di Garibaldi coperse l'aurea luce della recente corona posta dalla servile compiacenza dei popoli ancora immaturi alla libertà sulla fronte di Vittorio Emanuele. La coscienza italiana sentì uno strappo improvviso e si trovò bagnata di sangue prima ancora di aver gettato un urlo per rispondere al grido di Garibaldi.
Allora Cavour, che nel pericolo acuiva la naturale astuzia dell'ingegno, si ricordò di Don Giovanni Verità e a mezzo di Ricasoli potè condurlo a Torino per pacificare il Generale.
Don Giovanni andò, ebbe con Cavour un colloquio, nel quale la rude franchezza del montanaro umiliò più di una volta la subdola abilità del diplomatico, ma comprese tosto che la fortuna d'Italia esigeva da Garibaldi, come supremo sacrificio, l'olocausto de' suoi soldati ai codardi rancori, alle insaziate cupidigie delle genti nuove necessarie a sorreggere il governo in quell'ora, e ricusando con nobile orgoglio le offerte del ministro promise non già l'opera propria, ma in nome stesso di Garibaldi, che il Generale si sarebbe un'altra volta sacrificato sull'altare della patria. Così fu, Don Giovanni raccontò a Garibaldi il suo abboccamento con Cavour; forse sospirarono assieme sulla viltà di quell'ora, e l'eroe abbandonò al re la sorte dei soldati che gli avevano conquistato più che la metà del regno.
Ma Don Giovanni, incapace per indole e per studi di comprendere i viluppi del problema nel quale era stato chiamato, conservò sempre del Cavour una spiacevole impressione. La viltà parlamentare e l'egoismo monarchico gli si erano soli mostrati nel grande statista, che pure aveva pianto di rabbia all'annuncio del trattato di Villafranca.
Quindi nel 1866 l'Italia monarchica fu vinta miseramente sugli stessi piani, che diciotto anni prima avevano veduto la sconfitta del Piemonte. La tradizione di Emanuele Filiberto era cessata per sempre nella casa di Savoia, ma l'astro aspettato vanitosamente da Carlo Alberto sul suo ultimo e fantastico scudo di re medioevale brillava sulle alture del Tirolo espugnate da Garibaldi.
Dio e l'Italia erano con lui, vecchio che guidava in carrozza i volontari della nuova generazione.