Il papa e il re di Roma non erano la stessa persona: una delle due solamente rappresentava Cristo. I re non rappresentano la nazione che quando essa lo consenta loro.

La coscienza popolare era così sicura in questa idea, per quanto si venisse talvolta contraddicendo nell'esprimerla, che processare Don Giovanni sarebbe stato uno snebbiargliela, provocando in tutti gli spiriti una vera rivoluzione. Roma si sentì vinta.

Quest'immenso fatto, alla cui preparazione si erano consumati tanti secoli, si compieva per opera di un prete semplice ed ignaro. Era il grano di sabbia della leggenda biblica, pel quale ribaltava il terribile carro dell'invasore che aveva superato tutti i monti, guadato tutti i fiumi, corse tutte le pianure, rovesciate le porte di tutte le città, sfondate le postierle di tutte le fortezze, prostrate le masse di tutti gli eserciti. Da Arnaldo da Brescia a Cola di Rienzi, da Marsiglio da Padova a Lorenzo Valla, da Stefano Porcari a Carnesecchi, da Macchiavelli a Giordano Bruno, da tutti gl'italiani che avevano combattuto il papato senza pretendere a una vera riforma religiosa, a tutti gli stranieri che l'avevano prodotta per sottrarvisi, le grandi anime si erano sempre stremate in questa lotta senza conseguire la vittoria nemmeno nel trionfo della ribellione. Il papato restava sempre più alto e più vasto dell'opera de' suoi nemici. Come l'impero romano, che i barbari non sarebbero mai riusciti ad abbattere e che il cristianesimo disciolse, perchè solo un'idea può sostituire un'idea, il papato aveva resistito a tutti gli assalti esteriori e a tutti gli schianti interni; la sua unità gerarchica sostenuta dalla unità ideale del cattolicismo vi pareva fusa; nessuna guerra lo aveva prostrato, nessun re o popolo aveva potuto soverchiarlo. Imperatori magnanimi e feroci, repubbliche inflessibili ed inespugnabili, corruzioni di clero e depravazioni di costumi, effervescenze ideali e ricomposizioni storiche, splendidi eroismi d'eresie e irradiazioni universali della scienza, invettive politiche e assedî filosofici, divisioni di genti o fusioni di razze, nulla aveva potuto prevalere contro un regno piccolo come un feudo, che Costantino era accusato di aver concesso e Carlomagno confermato, e che i sudditi stessi avevano mille volte sommosso uccidendo i papi. Pareva un decreto di Dio e non era che una legge della storia. Il pontificato sorreggeva il papato; il primo forte come il cattolicismo, che solo una religione più ideale potrà abbattere, giacchè nella storia il vincitore deve essere sempre maggiore del vinto; il secondo forte della sua somiglianza col primo, che al mondo pareva una identità.

Solo uno schietto sentimento cristiano scevro di ogni secondo fine e inconscio come tutti i sentimenti, che hanno formato e formeranno sempre la storia, poteva operare nel cattolicismo questa grande rivoluzione, denunciando la falsità dell'equazione fra pontificato e papato. Filosofia, scienza, politica, arte, nessuna di queste immense forze della civiltà, essenzialmente diverse dalla religione che sola può correggere sè stessa, avrebbe mai ottenuto simile risultato.

La morte del papato non poteva avvenire che nella forma di un suicidio, dal quale il pontificato si levasse più sublime sul cattolicismo.

Questo accadde per opera di Don Giovanni Verità.

Inconsapevole della grandezza che un movimento secolare in lui accentrava, dopo l'ultima fuga con Garibaldi era ritornato alle abitudini di prima, cacciatore e contadino. La gente lo guardava con occhiate di stupefazione senza che egli se ne accorgesse. Non immaginando nemmeno i pericoli che lo minacciavano, non pensò mai nè a fuggire nè a schermirsi con qualcuna delle sue più illustri amicizie. Allora venne crescendo uno strano confuso affetto per questo prete, che gli altri preti anche disapprovandolo riverivano e che il popolo delle campagne sentiva pari a sè nella semplicità della fede, quello delle città superiore a sè nell'entusiasmo generoso della rivoluzione. I bambini lo amavano per gli uccelli che gli vedevano tutte le mattine sospendere nelle gabbie ai chiodi della piccola e grottesca facciata della sua casa; le donne per la sua forte ingenuità che sentiva il loro sesso senza turbamento, gli uomini per la prodigalità, colla quale offriva sempre quanto aveva, compresa la vita. Egli non si vantava nemmeno nel più fugace degli atteggiamenti, non raccontava; avrebbe potuto chiedere tutto a tutti, tanta era la sua influenza, e invece sembrava sempre aspettare che gli fosse domandato qualche cosa.

Dal cinquanta al cinquantanove le congiure seguitarono nelle Romagne sempre occupate dai tedeschi per conto del papa, ma la persecuzione cessò di essere feroce. Pena maggiore divennero la prigionia e l'esilio. La prima quasi sempre evitabile col secondo. L'oppressione del governo era tutta morale, e forse per questo più dolorosa. Pio IX, temperamento femmineo troppo diverso dal fiero ingegno e dal carattere superbo di Gregorio XVI, non infellonì che qualche rara volta per suggestione di consiglieri.

Intanto Don Giovanni seguitò a prestare la propria opera a tutti i proscritti traducendoli in Toscana, dove il governo granducale, ignobile ma corrivo, li lasciava vivere o li espelleva senz'ira. E furono anni febbrili di aspettazione. Il Piemonte messosi a capo del movimento italiano, quantunque costretto troppo spesso a contraddirlo perseguitando e calunniando i più illustri rivoluzionari, infiammava tutte quelle speranze che aveva tradito nel quarant'otto; mentre il conte di Cavour succeduto al Gioberti, di lui meno vasto e profondo, ma più pratico di negozii politici e più pronto all'azione molteplice di un momento, nel quale si dovevano concordare parlamenti, diplomazia e insurrezioni, persuadeva al mondo che l'Italia aveva finalmente un uomo di Stato. Torino era diventata il rifugio dei maggiori emigrati italiani.

La rivoluzione scoppiò colla guerra. Cavour destreggiandosi abilmente coi bisogni dinastici di Napoleone III, che doveva stordire di vittorie la Francia per toglierle di pensare alle origini infami e alla vita anche più bassa del secondo impero, lo trasse in Lombardia contro l'Austria. La Francia generosa ed eroica ripetè dopo settant'anni le glorie del novantasei contro lo stesso nemico; ma anche questa volta parve che i Bonaparte non potessero compire l'Italia. E fu bene, giacchè riconquistata e rimessa a nuovo dall'epica cortesia di un popolo straniero per quanto fratello, non avrebbe potuto riprendere la coscienza di sè medesima; mentre abbandonata a mezzo il cammino, dopo essersi con puerile sgomento lagnata dell'abbandono, si rivolse a Garibaldi guerreggiante ai piedi delle Alpi, e Garibaldi corse a Genova, ne salpò, discese in Sicilia, rivalicò lo stretto, traversò la Calabria verso Napoli sollevando popoli e sgominando eserciti, cinto da pochi soldati, raggiante di gloria, sereno come un arcangelo cristiano, terribile come un eroe di Omero.