Solo la raccomandazione suprema dell'eroe, che un minuto prima di spirare confidava all'amore della famiglia le due capinere da lui educate nei dolorosi ozii della lunga malattia e che sentendolo morire gli mandavano dalla finestra, già abbandonata dal sole, il più dolce saluto della vita, gli trasse sugl'occhi una lagrima.
Tutta la grande anima di Garibaldi si rivelava in quell'estremo pensiero.
Solo gl'invitti possono essere così sublimemente delicati!
Quando lo invitarono al comizio di Faenza per la morte del Generale accettò e discese.
Lo vidi allora per la prima ed ultima volta.
Egli non parlò, non si accorse quasi della generosa emozione destata dalla sua presenza; morto Garibaldi si sentiva già moribondo e camminava a testa bassa, quasi contando i passi che lo avvicinavano al sepolcro. Ritornò frettolosamente ai proprii colli; di lui si seppe solo qualche anno dopo che era morente.
Ma la sua morte fu come la sua vita.
Il clero che lo aveva sempre dispettato, vendicando sopra di lui la viltà di non avere osato condannarlo salvatore di Garibaldi, stimò di poterlo sopraffare nell'agonia; e siccome Don Giovanni era sempre rimasto prete, molti fra i suoi stessi amici credettero che avrebbe abiurato le opinioni di tutta la propria vita per morire sicuramente nella religione cattolica. Così poco era stato compreso il suo carattere, e per gl'increduli romanismo e cattolicismo sono ancora la stessa cosa!
Il vescovado fu sossopra. Tutti i giornali d'Italia recavano i bollettini della salute dell'infermo, il paese era agitato.
Don Giovanni, calmo anche negli ultimi istanti, chiese i sacramenti e si confessò; ma quando il confessore per concedergli l'assoluzione gli domandò un'abiura di ciò, ch'egli chiamava le sue eresie e che, lui sano, la Chiesa non aveva mai condannato interdicendogli l'esercizio sacerdotale, il suo volto s'illuminò d'un sorriso.