Per coloro, che conoscono tutta la sua vita, il dubbio non è nemmeno possibile, ma senza dubbio egli non ebbe un'idea molto chiara del terribile problema accennato dalle sue ultime parole.
La rivoluzione italiana, conseguenza della grande rivoluzione francese e sintomo di una maggior rivoluzione futura, ha avuto contro sè stessa il cattolicismo disciplinato e riassunto da Roma papale; il popolo che la seguì inconscio come sempre, era ed è ancora dominato nella coscienza da tutte le idee cattoliche, che non giunge e non giungerà per lungo tempo a sceverare dalle idee politiche del Vaticano. L'odio ai preti e il disprezzo della religione non sono ancora che molto superficiali: nel sentimento delle masse il matrimonio vero è quello ecclesiastico, unica religione il cattolicismo; si battezzano pressochè tutti i bambini, si affidano al clero per la prima educazione, s'iniziano in tutti i gradi della religione. Si diffida dei collegi laici, si amano tuttavia i conventi mutati in educandati; tutte le Madonne e i Santi miracolosi sono più che mai vivi nella illusione del popolo, un sottinteso scinde tutte le coscienze: si vuole la libertà della vita pubblica e si crede ancora nella servitù della vita spirituale. La scienza, incerta nei metodi, dubbia nei risultati, contradditoria nelle affermazioni, rimane in alto, retaggio e culto di pochi: la filosofia è quasi sconosciuta, la letteratura disertata dai campi dell'ideale per una irreflessiva passione scientifica non è più che pittura di superficie. La rivoluzione nata e vissuta d'istinto non si è ancora mutata in riflessione. La maggior parte di coloro che l'hanno sostenuta, morendo la sconfessano, onde i preti se ne vantano affermando che la sua verità non resiste in faccia alla morte.
Il sogno esposto da pochi, accarezzato da quasi tutti è di una conciliazione, che accordando la coscienza religiosa colla coscienza politica induca quella calma, che altri secoli hanno conosciuto.
L'ideale ultramondano, troppo spesso negato dalla rivoluzione, invincibile in fondo a tutte le coscienze offusca e sminuisce gl'ideali politici già intorbidati da interessi non sempre nè grandi nè puri: l'uomo non vuole e non vorrà mai rinunciare alla immortalità religiosa del proprio individuo per nessuna felicità storica ottenuta da spostamento di classi o migliore assisa di ordini. Uno scetticismo doloroso costringe quindi le coscienze a diffidare di tutte le forme della vita. La religione cattolica più antica degli istituti politici che la combattono, incrollabilmente superba nell'affermazione della propria immortalità, sovrasta a popoli e a governi, scemando loro colle condanne e colle ironie la fede già scarsa che hanno in sè stessi.
La rivoluzione non è nemmeno arrivata alla conquista della propria forma necessaria. Solo la Francia, che l'iniziò prima in Europa, dopo quasi un secolo di tragiche prove, attraverso sanguinose ecatombi e rovine economiche è giunta finalmente a costituirsi in repubblica, ma con così debole maggioranza di voti e fiacca compagine di sentimenti, che i residui monarchici possono ancora atterrirla minacciando o rallentarle la vita con opposizioni parlamentari, mentre gl'informi detriti rivoluzionari, che non hanno in essa potuto organizzarsi, l'osteggiano avvelenando le idee delle quali vive.
In Italia invece la rivoluzione, determinata nelle migliori coscienze da tutta una lunga serie di sviluppi storici, s'internò nel problema dell'indipendenza nascondendovi per qualche tempo indole e principii. Mazzini solo non la smarrì mai di vista e badò a spiegarla, poco inteso da coloro stessi che lo seguivano, frainteso dai più che non arrivavano a sbrogliare in sè stessi la contraddizione delle necessità religiose e politiche, malinteso ipocritamente da molti, che l'egoismo degl'interessi tendeva a raggruppare intorno alla forma monarchica parassita della idea rivoluzionaria. La rivoluzione per sciogliere il proprio problema fondamentale dovette contraddire al proprio sviluppo sottomettendosi alla monarchia; Mazzini stesso, che nell'entusiasmo del primo giorno di battaglia aveva ordinato ai propri fedeli di combattere col Re, riconobbe vecchio che la monarchia di Savoia entrando in Roma e compiendo così l'unità d'Italia, vi si assicurava un regno di qualche generazione. Questa suprema e dolorosa confessione del grande apostolo rivoluzionario fu raccolta servilmente da tutti i valletti della monarchia.
Nullameno, la monarchia non potè diventarne più forte. Anzitutto la mancanza di principio nella sua forma le toglieva di potersi davvero impadronire di una qualunque corrente di vita. Uccisa come principio dalla grande rivoluzione francese colla proclamazione della sovranità popolare, non è rimasta dopo nei paesi, i quali accolsero l'elettorato politico sulla base del diritto individuale, che un fatto storico giustificato dallo squilibrio di coltura e di sentimento nelle classi dello Stato. Le più colte si mostrarono in gran parte favorevoli alla monarchia, nella quale potevano più facilmente imperare e difendere i privilegi sopravvissuti al naufragio della grande rivoluzione: le più incolte, dominate dall'antica servilità ed esasperate nel nuovo orgoglio sovrano quotidianamente deluso dalla loro stessa incapacità, soggiacquero alla monarchia accarezzando in sè stesse piuttosto la sua negazione, come sfrenamento da ogni legge che l'avvento di una vera democrazia, nella quale la legge pura di ogni influenza di ordini fosse espressione della più astratta giustizia.
Ma nella monarchia costretta a scimiottare persino le forme più basse della democrazia, sopravvivevano i ricordi e gli orgogli del vero tempo monarchico, quando il re solo era la legge e intorno a lui e con lui i feudatarii mutati in cortigiani spadroneggiavano. Il clero più alto di principii e più largo di sistema era allora servo e signore, manipolando, urgendo, sfruttando monarchia, feudalismo e popolo. Papato ed impero avevano potuto ferirsi vicendevolmente, ma lo stesso principio faceva la loro vita e doveva riunirli, quando un altro sorgendo a combattere minacciasse di relegarli dalla storia.
Carlo Alberto il primo re, che attraverso troppe miserabili contraddizioni parlava di un'Italia sognandone la conquista, pieno ancora la fantasia delle forme medioevali e più savoiardo che italiano, si componeva, come un cavaliero della leggenda, un nuovo scudo e vi scriveva in francese—J'attends mon bel astre.
Dei tempi nuovi, della nuova coscienza creata dal diritto elettorale, neppure il più lontano sospetto: lo statuto largito come generosa concessione di monarca, invece che stabilito come diritto fondamentale; terrore e odio verso i rivoluzionari, che parlavano solo dell'Italia; pregiudizi religiosi, inflessibili vanità aristocratiche, superbie intrattabili di chi si crede nato d'altro sangue che il comune e si stima eroe acconsentendo nella rivoluzione, la quale invece è un dovere.