Ma la monarchia, che s'accorgeva di essere senza principio, non poteva non diffidare della rivoluzione, accarezzandola per giovarsi delle sue forze.

Il clero, riuscito fino allora ad inimicare democrazia e principato, vedendoli riuniti momentaneamente sotto la pressione del doppio problema dell'indipendenza e della unità italiana, si chiarì nemico per difendere il proprio minimo Stato di Roma, mentre la nuova monarchia invece seguitava con lui l'abitudine degli antichi sorrisi.

La guerra coll'Austria scoppiò. L'Italia si riunì con processo fortunato, sebbene troppo spesso umiliante, e al clero vennero ritolti la maggior parte dei possessi e dei privilegi. Roma stessa, abbandonata da Napoleone III nella caduta del secondo impero, si mutò da capitale cattolica in capitale italiana. Quindi colla legge delle Guarentigie, che il Parlamento dovette votare, appena insediato a Roma, per calmare le apprensioni del mondo cattolico sulla libertà del papa, e che fu la legge forse più abile e profonda del periodo legislativo oggi ancora in corso, ricominciarono i tentativi di conciliazione non più fra Chiesa e Stato, ma fra Papato e Monarchia. Pio IX, spirito meschino immiserito dalla vecchiaia e dai disastri, li accolse coll'acrimonia del vinto, cui uno sbaglio del vincitore presenta il destro di un rimbecco: ma Pio IX e Vittorio Emanuele morirono e Umberto I e Leone XIII si trovarono di faccia.

Se Vittorio Emanuele entrando in Roma nel 1870 aveva, nella sua fiacca coscienza di cattolico, sentito il bisogno di scrivere una lettera quasi di scusa al Papa, rincarando sulla vilezza dei ministri che si confessavano spinti su Roma dal popolo, scambiando così per finezza diplomatica la loro insufficenza in uno dei più grandi momenti della storia universale, Umberto I nell'assumere il regno, riaffermò contro il papa Roma intangibile degli Italiani. Questa salda sicurezza di contegno gli valse subito le simpatie della nazione.

Ma le encicliche del papa, i discorsi ministeriali, certe proposte di legge respinte e molte leggi interpretate a rovescio; opuscoli, libri, doni alle chiese, cortesie al pontefice, ingegno preclaro di politico quanto minuto e falso letterato: una prudente risurrezione del vecchio guelfismo, tutto accennò ad una conciliazione non ben definita sulle idee ma troppo chiara nei sentimenti. Il principato invocava dal papato le sue armi spirituali a guarrentigia dell'ordine contro le ignobili anarchie della piazza.

E, bisogna pur confessarlo, la maggior parte del pubblico vi era favorevole. Ruggero Bonghi ne scrisse molti articoli sulla Nuova Antologia che furono poco letti e meno compresi. Ora la conciliazione, apparentemente in preda ad una crisi, occupa tutti i giornali e nello stesso Parlamento ne fu discusso, e un deputato, guelfo fanatico, si è dimesso dopo la risposta confusa ma ferma del Ministero.

Nullameno il problema della conciliazione rimane forse il maggiore della politica interna conservandosi grave nella politica estera.

Esso è doppio. In tutti gli Stati parlamentari, dove il cattolicismo è religione preponderante, la Chiesa difendendosi ostinatamente nei privilegi storici perduti è partito di opposizione, troppo spesso alleato cogli ultimi radicali per odio implacabile alla libertà e offrendo nel medesimo tempo ai governi la propria alleanza per conservare quanto le è rimasto della propria posizione privilegiata. La conciliazione è allora fra Chiesa e Stato, entrambi basati sopra un principio assoluto: la Chiesa, che arbitra della vita ultramondana vuole signoreggiare la presente per indirizzarvela: lo Stato, che prima e ultima sintesi della vita umana, pretende contenerne e rattenerne tutte le forme, sottomettendole al suo diritto universale entro cui ogni singolo diritto può raggiungere tutti gli sviluppi. Ma questo dissidio per quanto filosoficamente profondo non è politicamente molto grave, poichè Chiesa e Stato sotto la minaccia del medesimo disordine rivoluzionario, possono sempre momentaneamente accordarsi.

Nell'Italia la guerra fra la Chiesa e lo Stato si complica delle diuturne battaglie fra monarchia e papato. Se il pontefice del cattolicismo stendendo la propria influenza sopra 'tutto' il mondo a certe epoche vi pretese una suprema sovranità sui popoli e sui re, politicamente il suo regno era nullameno circoscritto a poche provincie intorno a Roma. Il pontefice era universale, il papa romano. Le necessità di tale piccolo regno dominarono sempre la politica dei pontefici, costringendoli nelle più bizzarre e tragiche contraddizioni.

La loro storia fu scritta in un immenso capolavoro dal Ranke, ma l'antagonismo religioso e politico del pontificato col papato non fu nettamente analizzato in nessun libro, che io conosca. Se il papato nel medio evo aveva sottomesso l'Europa aiutandovi la civiltà malgrado gli eccessi di ogni genere che gli macchiarono la vita, doveva ultimamente soccombere per opera della rivoluzione italiana, la quale svolgendosi monarchicamente gli oppose il Principato. Il papato ucciso dalla repubblica romana del quarantotto fu seppellito nel settanta dalla monarchia di Savoia. Sul principio i due alleati, divenuti avversari, ne rimasero come trasognati; quindi il papato, più antico e più forte, mutando in carcere la reggia conservata e in catene le guarantigie concessegli, si affermò prigioniero. Pronto a patteggiare con tutti i governi, non ebbe che una vera inimicizia: la monarchia italiana.