La sua vecchia abilità di governo gli scoperse subito le parti deboli del nemico. La monarchia italiana conteneva la rivoluzione come una coccia o una cuna; ogni giorno che cresceva al bambino, scemava alla culla, che questi doveva rompere per saggiare le proprie forze prima di abbandonarla. Tutte le monarchie assorbite da quella dei Savoia, le avevano legato col regno una pericolosa eredità di odii e di difetti, mentre la rivoluzione, conquistandole mezza Italia, le aveva troppo scemata la gloria delle battaglie e la legittimità dei trionfi. Il popolo italiano nella sua massa più inerte era meglio cattolico che monarchico, nella sua minoranza più attiva rivoluzionario anzichè liberale; le classi, conservatrici per egoismo di censo e di nome, che avevano abbandonati i vecchi signori pel nuovo solamente per paura della rivoluzione, non resisterebbero intorno al re di Piemonte mutato in re d'Italia, quando quella, acquistata la coscienza di sè medesima e imparate nella opposizione le arti del governo, piglierebbe la rivincita del cinquantanove.
Queste le analisi e le speranze del Vaticano. I suoi giornali ripresero quindi la guerra recandovi una superbia d'ironia, alla quale i conservatori non seppero opporre un'uguale superbia di regno. La codardia delle frasi diplomatiche usate dal Ministero andando a Roma dopo Sedan, la lettera umile ed umiliante di Vittorio Emanuele al papa, che rigettava sulla rivoluzione la conquista di Roma, diedero ragione al Vaticano. Il suo nemico aveva coscienza della propria debolezza; temere d'essere vinto è sempre stata la meta di ogni sconfitta.
Intanto il pontefice, libero dalle angustie del piccolo regno perduto, cresceva nella estimazione dell'Europa: l'Inghilterra l'invocava contro gl'Irlandesi e Leone XIII, ripetendo l'infamia di Gregorio XVI contro i polacchi, colpiva i ribelli cattolici che ricusavano di morire di fame sotto la tirannia degli inglesi protestanti; Bismark circuito in Parlamento dai dissidenti cattolici cessava la persecuzione del Culturkampf accettando il papa arbitro nella questione delle Caroline, e spaventato dalla nuova floridezza francese ricomprava da lui un voto del proprio Parlamento per la ricostituzione dell'esercito vincitore a Sedan: lo Czar, tremante sotto l'eroismo dei nichilisti morenti a migliaia come i primi cristiani, si rivolgeva a Roma come al più vecchio focolare di autorità: la Spagna, scaduta a una vedova di re, riconfermata regina da un Parlamento che non ha ancora acquistata la coscienza di sè medesimo, si rifugiava sotto la protezione del papa ancora arbitro delle coscienze cattoliche ovunque istintivamente ostili alla rivoluzione.
La monarchia italiana si volse quindi al Vaticano affettando l'orgoglio rivoluzionario, che in fondo non ebbe mai e fu spesso costretta a simulare. I suoi più ardenti partigiani accumularono proposte su proposte negli scritti per saggiare il terreno prima di presentarle in Parlamento; Ruggero Bonghi al solito fu il più forte campione del nuovo compromesso, ma il suo ingegno sempre più largo che vasto, e troppo spesso uso a scambiare la bassezza per la profondità, fallì anche questa volta. Il fondo delle sue, come di tutte le altre proposte, era di rendere al pontefice qualche cosa dell'antico papato, ricostituendolo parzialmente in modo da permettere alla Santa Sede di uscire dalla sua ostilità verso la monarchia.
La conciliazione fra Chiesa e Stato, cioè l'accordo della libertà politica colla autorità religiosa, la composizione dell'ideale storico coll'ideale divino potrà essere più o meno difficile o lontana, ma l'aspirarvi e il tentarla è sentimento di ogni alta coscienza; la conciliazione fra il papato e la monarchia, fra un morente ed un morto per combattere la vita, rappresenterebbe la più profonda negazione d'ogni coscienza civile. La monarchia deve attingere la legittimità del proprio tempo nei servigi continui resi alla nazione e che una forma repubblicana più alta e quindi corrispondente a uno stadio più avanzato di civiltà o non potrebbe rendere, o peggio ancora renderebbe impossibili. Alleandosi invece al suo eterno nemico nella speranza che le induca nel vecchio organismo quella immortalità del proprio principio religioso che egli stesso non potè assimilarsi, commetterebbe la maggiore e la più ignobile delle colpe.
Le monarchie plebiscitarie e rivoluzionarie come l'italiana debbono saper vivere e morire della propria rivoluzione; forme incomplete della repubblica, la loro gloria più vera e la possibilità di maggiore durata stanno nel rendere la repubblica meno necessaria col più generoso e regolare servizio di ogni libertà.
I cortigiani della monarchia savoiarda non hanno ancora ben compreso questa necessità, che re Umberto ha pur mostrato di sentire in parecchie circostanze della sua ancor giovane vita politica.
Ma se la monarchia si volse istintivamente al Vaticano, questi addolcendo i termini dell'antico linguaggio tentò con suprema abilità di adescarla; il suo disegno era semplice quanto tremendo. Se la monarchia consentiva ad un accordo, che restituisse al pontificato qualche forma politica del papato distrutto, e giovandosi della sua influenza sul Parlamento riusciva a farla passare in una legge dello Stato, la monarchia separandosi dall'anima nazionale si contrapponeva alla rivoluzione. In questo caso era subitamente, irreparabilmente perduta. Se il pontificato, come organo magno del cattolicismo proseguendo la conquista religiosa del mondo è più o meno in collisione con tutti i governi; il papato sopravvissuto nel suo spirito non ha più che un ideale, la distruzione della monarchia, che lo ha sostituito.
Ma intanto il pontificato, sicuro di non perire che colla propria religione, si dispone a riordinarla per prepararsi alla grande battaglia, che la democrazia gli darà nel giorno stesso del proprio trionfo. Allora il pensiero storico e il pensiero divino, urtandosi, creeranno la più bella epopea del pensiero umano.
Leone XIII forte della nuova unità monarchica cementata dall'ultimo dogma della infallibilità, che gli permette un più rapido e sicuro maneggio di tutte le forze, ha gettato il primo grido di guerra per riconquistare storia e filosofia: e gli bisogna riorganizzare le scuole rifondendone gli statuti, reintegrandone i programmi. Gli ordini monastici necessari a tutte le religioni non funzionano quasi più. Il monachismo ha due principii. L'uno passivo, e crea ospedali per tutti i vinti della vita che vogliono fuggirla senza perderla, per tutti i malati che inetti a vivere nella storia si rifugiano nell'astrazione divina e non comunicano più coll'umanità che mediante la preghiera; talvolta questi ammalati si mutano in infermieri e guariscono ritornando all'azione colla carità. L'altro principio è attivo e crea caserme, nelle quali vengono ad arruolarsi e ad armarsi le legioni necessarie alla conquista del mondo. Naturalmente, questi due tipi fondamentali del monachismo si sminuzzano in molte fisonomie, ma in ognuna di esse l'asceta e l'apostolo sono sempre riconoscibili. Oggi il cattolicismo ha un immenso esercito di preti e di frati diviso come i moderni in due grandi classi, la milizia stabile e la milizia mobile; i preti accantonati nelle parrocchie si battono troppo poco, i frati distaccati nei conventi si battono male, e perfino le armi dotte dei collegi e dei seminari smentiscono l'antica fama e si coprono di ridicolo sostenendo qualche attacco contro lo stato maggiore del laicato.