Leone XIII ha sentita ed espressa con vera eloquenza questa miseria intellettuale della sua milizia.
L'Italia, che rinnovandosi nella rivoluzione trovò i preti ostili ma impreparati, e quindi impotenti, deve attendersi a nuova e più difficile guerra, dalla quale se non uscirà più sana e più grande, sarà inevitabilmente fiaccata. Nella guerra del pensiero i vinti hanno sempre torto e pèrdono il diritto alla vita.
Ma la guerra complicandosi appunto delle ultime rappresaglie monarchiche colle impazienti esplosioni rivoluzionarie non sarà forse senza molto sangue, e forse a questo pensava Don Giovanni moribondo riassumendo la propria nobile vita di patriota in un'ultima angoscia di carità italiana.
Ebbene, che importa? La guerra è una forma inevitabile della lotta per la vita, e il sangue sarà sempre la migliore delle rugiade per le grandi idee.
Alla guerra…! e guai al vinto, perchè la verità è invincibile.
L'avvenire dell'Italia è tutto in una guerra, che rendendole i confini naturali cementi all'interno colla tragedia di pericoli mortali l'unità del sentimento nazionale. Troppe sono ancora le differenze di storia e d'interessi che ci separano, e troppo profondamente radicate negli animi, perchè gli sforzi della vita ordinaria possano sperare di svellerle. Se gli adepti delle antiche piccole corti soppresse sono quasi scomparsi, quelli fra loro che per tradizione aristocratica di famiglia o pregiudizi di educazione ricusano ancora la libera unità della patria riparano fra le coorti del clero, che mutato capitano e riordinato con migliore disciplina, si prepara a ritentare la battaglia, appena una guerra dello straniero impegni tutte le forze d'Italia alla frontiera.
Bisogna vigilare nello studio e rinvigorirsi nella passione superba dell'avvenire.
Ai troppo prudenti cortigiani, che lusingano l'egoismo dinastico consigliandogli alleanze con imperi, i quali diversi da noi per indole di popoli e di periodi storici osteggiano ora tutte le libertà, bisogna ricordare che la monarchia italiana fuse l'antica gloria di Emanuele Filiberto colla maggiore odierna gloria di Giuseppe Garibaldi, e che il conte di Cavour profondamente pratico come Guicciardini, talvolta largo e generoso quanto Macchiavelli, si mescolò nell'opera a Mazzini; ai clericali invece, che ebbri della sfida temeraria lanciata da Leone XIII alla critica storica rivantano i beneficii del papato all'Italia, e simulando passione di patria mirano a mescersi nei pubblici negozi per rallentare il progresso, nel quale non possono consentire, basta opporre Don Giovanni Verità, salvatore di Garibaldi, rimasto prete dopo la sua negazione del papato, morto prete, e contro il quale non si osò inveire che morto. Don Giovanni più che tutte le altre grandi vittime del papato ne rivelò le debolezze e smascherò le ipocrisie.
La sincerità della sua vita resterà nella coscienza italiana. Già il municipio di Roma con solenne consiglio gli ha votato un busto sul Pincio, nuovo Panteon delle glorie italiane. Io non so fra quali grandi uomini sarà posto; forse egli vivo ignorava il nome de' suoi futuri vicini, come non sospettava la gloria che la riconoscenza della nazione gli ha tributato. Ma ai visitatori del colle fiorito, d'onde si scorge tutta Roma e dirimpetto al quale la massa enorme di San Pietro s'erge nella maestà del proprio orgoglio, e quando il sole tramonta pare illuminarsi per le vetriate di un incendio di gloria, parrà che la modesta e rustica figura del prete montanaro sia come erroneamente capitata fra le grandi fronti marmoree delle migliori teste italiane. Forse egli stesso, se nell'altra vita come piacque a tutte le religioni infantili supporre e come le nostre religioni decrepite affermano ancora, si conserva il carattere che fu l'essenza di questa, sarà stato sorpreso da un senso quasi di modestia trovandosi in così alta compagnia.
No, no, povero prete! Le grandezze del cuore valgono quelle dell'ingegno, perchè la vita e la storia hanno egualmente bisogno di tutti gli eroismi di sentimento e di pensiero. Se la tua fronte è più bassa di quelle che ti circondano, il cuore che palpitava sotto la tua tunica di prete era più largo di quello di tutti i tuoi vicini; se essi giovarono alle scienze, tu assicurasti la risurrezione d'Italia salvandone il redentore. Fra l'eroe di Nazaret e l'eroe di Nizza tu prete non sentisti differenza, e fosti solo a non sentirla. Sii tranquillo, la tua gloria è meritata; i grandi teco allineati sono superbi della tua grandezza, che colma forse l'unico vuoto nelle loro file. Ma verrà un giorno che l'Italia veramente una di mente e di cuore, comprendendo finalmente tutte le epoche della propria vita, riunirà nella propria riconoscenza a gruppi i figli migliori incoronandoli delle idee per le quali vissero e morirono; e allora un grande monumento verrà alzato, ben diverso dai troppi che gli si ergono oggi, a Giuseppe Garibaldi, come al grande iniziatore del terzo periodo italiano; e tu prete, che lo salvasti, gli sarai accanto, emblema entrambi dell'accordo già conseguito fra la poesia ideale della religione e la poesia reale della vita.