[Blank page]

VI. [La via Emilia]

In tutta la mia vita di trentaquattr'anni non ero mai rimasto a letto un giorno solo; adesso sono già tre mesi che non me ne alzo, e il medico non osa rispondermi allorchè lo interrogo febbrilmente:

—E così, quando mi fai uscire?

Il peggio della cura è superato: ho sopportato venti giorni e venti notti un chilogramma di ghiaccio sul ginocchio, stando immobile come un cadavere. Il freddo che si produceva sotto le lenzuola era così intenso che la pelle mi è rimasta accaponata per tutti quei venti giorni. Mangiare non era possibile, per riscaldarsi o stordirsi il bere non bastava. Non ho potuto nè leggere nè scrivere. Gli amici venivano e ritornavano nelle varie ore del giorno; la mia vecchia cameriera mi si affannava talmente intorno non sapendo più che cosa fare per lenirmi la esasperazione del dolore, che mi toccava sgridarla quando piangeva.

Povera Lucia!

L'ho intesa più volte lagnarsi che la disgrazia non sia toccata a lei.

—Io sono donna; noi donne possiamo restare in casa o a letto quanto ci pare.

In questo slancio di bontà vi era una profonda osservazione filosofica, giacchè sento che l'inazione, alla quale sono costretto, mi pesa assai più del ghiaccio che allora m'intormentiva il ginocchio. Sopra tutto mi dispera il dubbio di rimanere a letto chissà ancora quanti mesi, e zoppo per tutta la vita. Ah! trovare un ostacolo ad ogni passo, sentire ad ogni moto la propria deformità, non poter discendere una scala, accompagnare un uomo, raggiungere una donna, afferrare un cavallo; impotente, smezzato, contemplando da una sedia la campagna come un prigioniero dalla inferriata… ma il prigioniero può sperare di segarla e fuggire….

Gli amici che mi confortano sembrano poco persuasi delle loro frasi.