Solo la Lucia è sicura che guarirò perfettamente, ma non ha altra ragione a questo che un'affezione di trent'anni; sono quasi suo figlio. Se restassi zoppo, ella sosterrebbe con tutti che non è vero.
Quando mi vide arrivare nel cortile, solo, colle gruccie sul carrettino, guidando lo stesso cavallo che mi aveva rovesciato, gettò un urlo. Aveva saputo della disgrazia, ma non la temeva così grave.
Avevo voluto discendere solo dalla villa, arrischiando così impotente ad ogni moto di pericolare lungo la strada, non so bene il perchè. Era una reazione della vanità offesa dalla caduta che si cimentava contro l'oscura possibilità di altri pericoli, o il bisogno di fermarmi solo a contemplare il luogo del mio disastro? Infatti, mi vi arrestai.
La giornata era nebbiosa, il vento aveva già disciolta la prima neve caduta. Mancavano due giorni al Natale. La strada gremita di biroccie era quasi impraticabile per la ghiaia distesavi di fresco; i passeri volavano sulle siepi davanti al mio cavallo, o sfiancando improvvisamente si cacciavano in un pagliaio o sotto un fascio di viti abbandonate ai piedi degli alberi. Qualche pettirosso balzava dal fossato sopra un paracarro guardandomi venire con due occhietti umidi e brillanti, mentre la bavarina aranciata arruffandoglisi faceva sembrare le sue zampine quasi troppo sottili. Ma d'un tratto schizzava via, e posandosi sopra uno stecco salutava e spariva.
A mezza strada un impeto forsennato di collera mi fece frustare il cavallo, che si slanciò alla carriera; perdetti quasi una gruccia.
Giunsi alla via Emilia!
Cominciava il tramonto. Lontano sulle ultime vette una muraglia di nuvole nere si perdeva nel cielo frastagliandosi, quasi confine e baluardo di sconosciute tempeste. Una tristezza umida si aggravava nell'aria. Gli alberi dei campi già sfogliati dai contadini avevano la desolata nudità del grande inverno, mentre le quercie rimaste sui limiti fra podere e podere lasciavano cadere le ultime foglie ingiallite. La via Emilia in quell'ora e in quel giorno non votato ai mercati dei paesi vicini, era quasi deserta: il suo largo piano, diritto e stupendamente conservato, allora senza ghiaia, aveva un'aria di pulitezza e di abbandono che impensieriva. Ero trascorso oltre Castel Bolognese e proseguivo al passo verso Faenza. I passanti erano pochi, scarse e fievoli le voci che arrivavano dai campi. Riparati per dormire nei cipressi e nelle edere sempre verdi delle ville abbandonate, i passeri non si mostravano più; solo qualche pettirosso s'affacciava ancora fra le siepi nella eleganza signorile dei propri colori e con moti di delicatezza raffinata fino alla civetteria. La sera si appressava velando sui campi il grano sorto da poco; qualche lume appariva già alle finestre, molte scintille sfuggivano dai camini.
La maggior parte dei lavoratori cominciava già a ritornare nelle case, che si disponevano a riceverli colla letizia del fuoco e della cena.
Involontariamente abbassai la testa e rattenni il cavallo.
Il paesaggio era solenne, l'ora severa.