In quel momento nessuno passava per la strada.
Un tumulto di memorie, di pensieri, di sentimenti mi sopraffece. La via Emilia immensa e vuota mi si allungava davanti: non un rumore passava nella sera, non una forma saliva dai campi. Il cielo plumbeo sembrava aver perduto persino il ricordo degli astri, sulla terra bruna erano cessati tutti i colori ed i moti della vita. Una inerzia crepuscolare copriva la natura arrestandone l'infinita instancabile varietà; e la via Emilia aperta per essa da una storia di quasi tre mill'anni, altrettanto nuda e deserta, pareva annunciare che anche la storia era finita. Una stessa sera conchiudeva le date dello spirito e i giorni della materia, le epoche della terra e i secoli della civiltà.
Ero solo, ero l'ultimo.
Quanti popoli, quanti individui, quante vicende erano passate per quella strada! Quanti mutamenti di natura intorno ad essa e nullameno quanta immutabilità nel paesaggio, dacchè il primo sguardo lo consegnò alla prima memoria! I colli erano sempre gli stessi: la natura vi si era destata nella primavera ai medesimi venti, ornandosi dei medesimi fiori; vi aveva soffocato nell'estate fra i raggi del sole e le vampe più cocenti di una fecondazione maturante ad ogni minuto, vi si era assopita nelle malinconie lagrimose degli autunni, aveva simulato di morirvi sotto il bianco lenzuolo di tutti gl'inverni. Dietro ai primi colli rugati da minimi ruscelli se ne alzavano altri più uniformi di colore, e dietro altri ancora violacei e trasparenti a certe ore, in altre rigidi ed acuti sul cielo grigio ed unito. E le stesse vette da tremill'anni attiravano lo sguardo di tutti i viandanti, mentre la stessa voluttà nelle curve, la stessa improvvisa arguzia nei distacchi, la stessa soavità d'inclinazioni producevano le medesime sensazioni e le medesime idee. Le esclamazioni dei passeggieri si erano alternate in una rapida e tumultuosa vicenda di lingue, ma significando sempre la stessa cosa: tutti trascorrendo sul facile piano della strada avevano guardato quei colli, sui quali le case sole mutavano in mezzo alla eterna bellezza della natura.
Non erano romani, ma galli, i primi che da quei colli videro la pianura rigarsi di una larga striscia bianca. Era la nuova strada Emilia, che staccandosi dalla via Flaminia alla sua estrema punta di Rimini, la più antica colonia romana, proseguiva verso le più recenti per Bologna sino a Piacenza. Allora la pianura, che dai colli discendeva verso il mare, era ben più stretta di ora e si arrestava al labbro della immensa palude Padusa entro la quale Ravenna, antico villaggio lacustre, aspettava nella calma della ignoranza di succedere a Roma come capitale dell'occidente. I più floridi paesi della romagna non esistevano ancora; un'acqua torbida ed inerte, tratto tratto percossa da innumeri tuffi di uccelli vallivi, evaporava lentamente al sole avvelenando nell'aria ogni alito di vita; il mare lontano, cerulo sotto l'argento delle sue spume, la chiudeva come in un immenso monile niellato. La palude serpeggiava avanzandosi verso i colli o indietreggiando verso il mare a seconda dell'impeto dei fiumi che vi si cacciavano, sempre più intricata da vegetazioni acquatiche, nelle quali s'impigliavano i remi dei piccoli canotti. Oggi nel medesimo luogo i mietitori ripetono negli stornelli le canzoni di quei primi pescatori, che la storia non conobbe o invitò pei campi, trasformandoli sino d'allora in agricoltori o in mercanti.
Allora la strada era un margine alto sui campi e sulla palude, pel quale Roma mandava le proprie legioni a frenare i popoli vinti o non ancora fusi dalla sua civiltà. Alcuni fra essi, come i galli Senoni, furono distrutti o cacciati; la maggior parte degli altri rimasero, e quella lunga linea bianca, che li univa a Roma, li persuase ad altra vita; l'agricoltura successe alla pastorizia, il commercio raddoppiò l'agricoltura, dietro le legioni passarono i cittadini di Roma, i barbari li seguirono, e Roma crebbe trasformandosi da città vincitrice in capitale d'Italia, da capitale d'Italia in centro del mondo.
La strada costrutta nell'anno 567 dal console M. Emilio Lepido quindici anni dopo la battaglia di Zama, nella quale la mediocrità vanitosa di Scipione sopraffece il più gran genio militare apparso nella storia, era destinata ad allacciare la naturale frontiera del Po a Roma, vertice del grande triangolo della via Flaminia e Aretina riunite a Bologna per la via Cassia. Al di qua del Po prevaleva la costituzione civile degli Italioti, al di là la costituzione cantonale dei Celti.
D'allora quanti popoli, quanti individui, quante vicende sono passate per la via Emilia!
Sollevazioni di popoli soggetti, invasioni di popoli stranieri, eserciti fuggenti nelle sconfitte, legioni taciturne nelle marcie forzate di una riscossa o chiassose nel ritorno di un trionfo, legionari mutati in coloni e pellegrini verso le terre loro assegnate dal Senato, carovane di mercanti e di pastori; Galli ed Etruschi, Celti e Veneti, Liguri ed Allobrogi, Insubri e Germani montati su cavalli addestrati nelle guerre o selvaggi ancora della vita libera delle foreste, sopra traini rotolanti su cilindri o carri falcati di battaglia o bighe leggiere o plaustri dipinti trasportanti merci o masserizie, famiglie e tribù, armati ed inermi, uomini e donne; cacciati tutti dall'istinto inconscio della storia, forti, deboli, morenti e morti, tutto è passato per questa strada verso Roma e da Roma verso tutta l'Europa superiore. L'orma forcuta degli armenti vi si è calcata sull'orma di tutte le cavallerie, il passo unito delle falangi vi ha coperto le pedate disordinate dei viandanti, il solco delle rotaie ha subíto il taglio di tutte le ruote e non ne ha conservato alcuno. A ogni vento a ogni pioggia a ogni raggio di sole, tutto era cancellato; il sandalo si sovrapponeva al coturno, i piedi scalzi più larghi e più numerosi appianavano ogni rilievo pestando colla stessa indifferenza la traccia lasciata nella polvere dal manto del trionfatore o dal fieno spiovente sui carri, da una zampa di elefante o da una coda di lucertola.
Per quanto cupa la notte e il sole cocente il passaggio non si è mai arrestato sulla strada. I campi a certe ore sono deserti, ma la strada non lo è mai, giacchè i mutamenti più terribili e subitanei della natura vi sono senza efficacia e ogni temporale è sempre sicuro di trovarvi qualche infelice su cui aggravarsi. Gli acquazzoni sono rari, il fiotto umano incessante. Nulla può fermarlo. La cavalleria degli eserciti intoppa lungo la strada nell'asinello del contadino o nei porci del mandriano: mentre i soldati pensano alla battaglia imminente, le fanciulle che ritornano dai villaggi li guardano tra curiose e sbigottite e appena passati ripigliano il filo dei cicalecci domestici; sulla stessa pietra miliare si sono sedute tutte le umane varietà dal mendicante all'imperatore, dal fanciullo folleggiante al vecchio estenuato, e tutti hanno consultata la sua cifra interpretandola d'infiniti significati.