I campi che circondano la strada mutano padrone e coltura, ma la strada non cangia e non sente: tutto passa per lei sempre egualmente larga e piana a tutti. Gli uomini possono sognare tra sè stessi ogni differenza, ma sulla strada non ne manterranno alcuna; nessuno potrà farla più breve o più lunga, scemarvi la polvere o il fango, o lasciarvi la propria traccia indelebile. La strada è come la storia, nella quale nessuno può fermarsi. Non una parola o un'idea vi è rimasta delle infinite che si dissero o si pensarono lungo i suoi margini. I monumenti, che l'individuo s'innalza per sfuggire alla morte, sono altrove: tutte le città ne spesseggiano, ma la vita della città risulta appunto dalla sosta di tutte le vite individuali che vi si addensano. La strada è il fiume che corre sempre, la città è la palude che si agita talvolta ma non corre mai. E l'uomo ha sentito di non poter lasciare la propria traccia che dove tutti gli altri si arrestano; nella sosta di tutti il più forte poteva pretendere di fissare per sempre la propria immagine, mutandosi così per quelli che giungerebbero in nuova ragione di fermata.

Nella strada come nella natura uomini e viventi sono eguali. Nessuna feroce e demente fantasia di tiranno ha mai pensato ad interdire la strada a qualcuno, alzandola a privilegio di classe. Il cavallo più veloce e il pellegrino più lesto possono raggiungere e sorpassarvi chiunque vada più lento; a tutti gli stanchi i margini offrono lo stesso erboso sedile, ma non vi sono posti privilegiati per nessuno; non vi è regola pel passo, norma alla fermata, obbligo di ore nel viaggio. Tutti sono egualmente liberi di proseguire o di arrestarsi, di tacere o di cantare.

All'ombra dello stesso albero, forse nel medesimo giorno si saranno fermati un grande poeta e un accattone scemo; dal medesimo parapetto di ponte avrà abbassato lo sguardo Giulio Cesare e la bimba reduce dalla più vicina bottega coll'ampolla dell'olio nelle mani. Mentre Caio Mario sarà passato ruminando il gran disegno di distruggere i Cimbri, dietro lui un vecchio mendicante, incantatosi nello spettacolo delle legioni, avrà sorriso lungamente calcolando il guadagno del concime raccattato entro un cesto, estremo capitale di tutta la sua vita di lavoro. E quando il terribile guerriero sarà ripassato vittorioso, non avrà riconosciuto quel medesimo vecchio intento a spiarlo dal medesimo posto, e non avrà certo pensato che per lui il suo passaggio nella strada era eguale a quello di ogni altro per quanto il suo arrivo a Roma potesse essere diverso, giacchè quel vecchio non avrebbe poi distinto nella piccola fossa del concime lo sterco del cavallo di Caio Mario da quello di tutti gli altri cavalli. Quel vecchio che restava e resta ancora sulla strada, giacchè la razza di quelli che vi raccolgono il concime è indistruttibile, dietro ogni viandante aspettando ciò che qualunque più povero è pur costretto ad aver di superfluo, somiglia singolarmente al tempo, quale la fantasia dei pittori ha sempre voluto dipingerlo: invece della falce un mozzicone di badile e un cesto per giunta. Ma se ciò che vi depone è tutto quanto resta di ogni viaggio umano, la sola differenza che sulla strada distingua il passaggio dell'uomo da quello dell'animale, la sola ricchezza che si possa raccogliere dove tutte passano, l'opera di quel vecchio e il suo risultato sono la più vera definizione della vita umana, che nessun filosofo ha ancora avuto l'ingegno o il coraggio di formulare.

E nella strada, per la quale tutti sono costretti a passare più o meno spesso, alcuni sembrano abitare, e sono mendicanti, carrettieri di ogni sorta, pellegrini che nessuna città può rattenere, vaganti pel mondo quasi per provare a coloro che vivono e muoiono nel paese ove nacquero, che quello è sempre stato uno anche quando la sua unità non era ancora passata dalla vita nella storia. Questi nomadi, pei quali la curiosità della vita altrui è la suprema ragione della propria, rappresentano il principio della eterna mutabilità. La loro patria è il mondo, il loro Dio un ignoto, la loro famiglia imitata su quella degli uccelli, che fanno il nido dovunque e costruendo il secondo non ricordano più il primo; la loro intrepidezza è al di sopra di tutti i bisogni, la loro costanza lunga quanto la loro vita.

Poeti del viaggio, cantano non scrivono: filosofi della umanità, prima che questa idea fosse concepita e fusa questa parola, passano artisticamente curiosi e cinicamente indifferenti attraverso tutti i popoli, pensando quando capiscono, sorridendo quando non comprendono; liberi nella schiavitù universale della storia che sottomette i sudditi ai re e i re a sè medesima, ricompendia o in sè stessi la poesia dei mari e dei monti, dei campi e delle paludi, delle città e dei deserti, ma non amano che la strada nella quale sentono di essere primi. I loro mestieri mutano ad ogni stazione; la loro esperienza che ha visto tutto vince la diffidenza istintiva dei volghi, che li accolgono e li attorniano interrogando; ma inflessibili quanto la strada che passa oltre ogni difficoltà di terreno, attraversano ogni zona di civiltà e di natura, raccogliendo omaggi e disprezzi come tutti coloro che vivono diversamente degli altri.

Per essi una rivoluzione è poco più di un tumulto di mercato, se vi arrivano nell'ora dello scoppio: una catastrofe di governo non ha l'importanza della caduta di un ponte: ogni finale di dramma ne sia Cristo o Socrate, Caio Gracco o Cola da Rienzi, Cicerone o Savonarola il protagonista, diventa uno spettacolo pagato largamente dalla fatica di un viaggio interminabile. Essi vanno, ma non arrivano e non ritornano mai. Non aspettano alcuno e nessuno li attende: non migrano perchè non intendono fermarsi, non viaggiano perchè non hanno scopo, non lavorano perchè ogni lavoro suppone un ambiente, ma guardano e girano. L'abbandono di ogni ricchezza, il dispregio di ogni posizione li rende superbi, ma la coscienza della inanità di tutti gl'impieghi umani li persuade all'umiltà, e accattano. Che importa il pensiero o la parola di quelli che donano? Essi ricevono e dimenticano anche più prontamente di loro. Tutta la civiltà e la natura è per essi un teatro, giacchè dalla strada si vede e si sente tutto: come la strada rimane bianca a traverso ogni luogo e malgrado ogni passaggio, essi restano impassibili a traverso le sensazioni di tutti.

E così somigliano ai grandi individui della storia, incogniti tra l'egoismo ignorante della piccola gente che non distingue quasi mai il personaggio decorativo dal personaggio storico, mentre la natura anche più indifferente si varia pei campi, e tutti i suoi viventi non hanno per la strada la più vaga delle attenzioni. Che Giulio Cesare discenda la via Emilia verso il Rubicone, o una compagnia di gladiatori la rimonti verso il circo di Verona, per gli uccelli che cantano e pel ramarro che fischia la cosa è ben indifferente. Invano gli uomini sopraffatti da tragico senso scrutarono spesso nel volo degli uccelli o nelle viscere dei buoi il secreto delle imprese nelle quali si sentivano mortalmente attirati. Le cornacchie migranti a sera sui campi per andare a dormire lungi lungi non mutarono mai il battito delle ali perchè uno sguardo ansioso di aruspice lo studiava dalla strada; ma se nel loro piccolo cervello di volatili avessero potuto supporre che gli uomini, soli pensatori nella natura, cercavano nel moto delle loro ali un indizio per la sorte delle imminenti battaglie, avrebbero certamente sorriso se il becco l'avesse loro permesso.

Che importa all'usignuolo nascosto nel fogliame dell'albero più denso presso il parapetto del ponte, se il viandante arrestatosi ad ascoltarlo sia Catullo che si reca in villa a Sermione, o Tasso che si allontana mendicando? Che importa al passero garrente sulle siepi nei pigri mattini dell'autunno, se il primo frate che si ferma ad ammirarlo e gli sorride come per un conforto ricevuto a una nuova giornata di lotta, sia Lutero che ritorna da Roma meditando la terribile rivoluzione onde incendierà tutta l'Europa, o S. Francesco d'Assisi che s'affretta verso l'abituro di un povero per compiervi un altro miracolo di amore? Che importa al falco roteante nell'aria colle ali dorate dal sole del meriggio, se lo sguardo umano che lo ammira dalla strada sia quello di Corradino di Svevia, fanciullo cacciatore di corona, o quello di un vecchio uccellatore al quale la sua vista ricorda molti drammi minuti di zimbelli ciuffati da altri falchi sulle verdi platee dei paretai? Forse che i falchi d'oggi rammentano come i falchi medio-evali cacciassero nei cieli per l'uomo, riportandogli la preda appena li richiamava col logoro, o forse che anche allora i falchi liberi sapevano qualche cosa della vita dei falchi schiavi?

La natura non muta allo sguardo dell'uomo, ma bensì nel suo sguardo.

Quando Michelangelo e Tiziano sono passati per la via Emilia, guardandone i paesaggi e ritraendone colori pei quadri futuri, i colli non hanno accresciuta per vanità la propria bellezza, come sotto lo sguardo imbecille di tutti i loro abitatori per migliaia di anni non l'avevano scemata. Nessun grand'uomo ha mai resistito senza dolore al disconoscimento della propria grandezza, ma la natura che non pensa, o della quale il pensiero cosmico è ben superiore al pensiero umano, non sussultò ancora di dispetto sotto l'occhiata stupida di uno solo fra i suoi ospiti.