Ma fra tutte queste più o meno illustri opinioni inconciliabili, la figura del Macchiavelli resterà sempre un enigma finchè si voglia crederlo un filosofo che fonda un sistema: le sue innegabili qualità di scienziato disperse, impedite dal suo temperamento artistico non potranno mai in lui riunirsi per giustificare la sua stessa pretesa alla scienza. La sua opera esprime la contraddizione della sua vita, entrambe quella dei tempi. Così all'indomani dell'aver voluto consigliare Lorenzo dei Medici col Principe senza nemmeno conoscerlo o se fosse almeno uomo da comprendere il consiglio, interrogato sul governo di Firenze da Leone X, seguendo la propria natura democratica gli suggeriva di ristabilire la repubblica: consiglio ridicolo dato a Leone X che l'aveva uccisa, assurdo ed impraticabile nella condizione dei tempi. Il Guicciardini invece consigliò ai Medici gli espedienti e i modi che convenivano al loro problema.
Ma questa contraddizione nel Macchiavelli non è disperato patriottismo, bensì urto di facoltà spirituali e di tendenze che in lui non arrivavano ad armonizzarsi. Così nella vita fu volgarmente buono e non commise ribalderie: natura piuttosto arida, scarsa di sentimenti e quindi ironica, non si macchiò nè di danaro nè di sangue: ammiratore del Valentino e consigliere a tutti delle sue maniere non avrebbe poi avuto il coraggio di servirlo. Dimandare dunque se Macchiavelli fu onesto o disonesto, è supporlo un filosofo che stabilisce un sistema: invece artista, colpito dalla fatalità assassina della politica di allora, vi ragionò sopra descrivendola senza oltrepassarla.
Il vero problema della morale nella politica Macchiavelli nè vide nè poteva vedere mancandogli la visione sintetica di tutte le forme dello Stato; sentì solamente che la piccola morale privata non era quella della storia di nessun tempo, e non scorgendone altra in essa non pensò a cercarla. La storia gli parve ripetizione dei medesimi fatti prodotti dalle medesime passioni. La filosofia della storia rappresentata nella Bibbia colla elezione del popolo ebreo, quella schizzata da Zenone o da Sant'Agostino nella Città di Dio non potevano piacere a lui irreligioso e realista, incapace di sollevarsi tanto sopra ai fatti da vederli sparire in una idea; il cristianesimo che pure metteva un disegno nella vita, egli cinquecentista non l'intendeva, la critica non era ancora formata, l'erudizione non aveva che cominciato il proprio lavoro. Il quadro era angusto ma il suo sguardo non riuscì a sfondarlo, quindi osservazioni e conclusioni tutto gli riuscì falso.
Ma l'arte vera più confacente alla sua natura lo riprese. Quindi lo vedremo dopo un libro sull'arte della guerra, ultima illusione della sua capacità di Governo, scrivere molte commedie, un romanzo politico, una storia, una novella, una satira, un dialogo sulla lingua, molti capitoli, alcuni canti carnascialeschi; ritornare un momento sulla scena politica per prendervi qualche abbaglio e morire.
IX.
Il libro dell'Arte della Guerra deriva come il Principe dai Discorsi e in certo modo ne è il complemento; il Principe impersonava il sogno di uno Stato nazionale, il libro sulla milizia era lo studio del miglior mezzo per conquistarlo. Ma questo sogno non prese mai nella mente del Macchiavelli i contorni più o meno precisi di un disegno; il Guicciardini, che lo aveva egualmente accarezzato, in una ammirabile pagina ne dimostrò a sè stesso tutte le impossibilità politiche e storiche. Così rimase sogno che dopo aver inspirato al Macchiavelli le pagine più belle andò a morire in un troppo vantato sonetto del Filicaia per risorgere nei Carmi del Foscolo.
Macchiavelli ammesso nella brigata dotta ed aristocratica degli Orti Oricellarii, rimasta poi celebre nella storia, vi contrasse illustri amicizie che gli permisero di arrivare fino a casa Medici. In quel circolo, nel quale capitavano uomini di guerra, concepì la forma del suo libro che è un lungo dialogo immaginato tra Cosimo Rucellai, Zanobi Buondelmonte, Battista della Palla e Luigi Alamanni nel 1516, quando il Colonna ritornò a Firenze dalla guerra finita di Lombardia. La forma artistica del libro rivela l'indole dello scrittore: le sue idee sono quelle medesime dei Discorsi e del Principe, le sue illusioni e le sue pretese quelle stesse contratte occupandosi dell'Ordinanza nell'Assedio di Pisa. Soldato non era, guerre non aveva mai vedute giacchè l'assedio di Pisa e la rotta di Prato non meritano tal nome.
Comincia deplorando l'errore funestissimo che in Italia separando la vita civile dalla militare aveva creato le compagnie di ventura, ma di questo errore così pieno di problemi storici invece di cercare la spiegazione, enumera piuttosto le conseguenze; compito facile ed inutile allora per l'infelice esperienza di tutti.
Vorrebbe una milizia nazionale nella quale non si facesse il soldato per mestiere, e con uno dei soliti paragoni riunisce i tempi di Attendolo Sforza e di Braccio da Montone a quelli di Cesare e Pompeo: ma entrando presto in materia imita o traduce addirittura il famoso libro del Vegezio. Non ammette altro modo di guerra che il romano, ma cercando di rifarne gl'ordini mescola la legione col battaglione svizzero, riproduzione della falange greca, e le scema così quella mobilità e capacità ad atteggiarsi prontamente sopra ogni terreno, che rappresentava tutto il progresso dei romani sui greci. In quel mondo del cinquecento con altri costumi e diversa coscienza propone il servizio militare per tutti e l'educazione della gioventù alla romana. A questo punto, siccome uno degli interlocutori domanda perchè gli antichi ebbero maggiori virtù politiche e libertà dei moderni, Macchiavelli risponde: perchè erano repubblicani e pagani. Per lui il cristianesimo è ragione assoluta di decadenza politica; la differenza della individualità pagana e cristiana gli sfugge ancora. La sua poca stima della cavalleria e la grande importanza della fanteria sono idee romane: così pure la battaglia che dispone teoreticamente al terzo libro, nel quale si ride delle artiglierie. Nel quarto nel quinto e nel sesto ragionando dei movimenti dell'esercito e del suo alloggiamento, il Macchiavelli che di guerre non ne aveva vista alcuna, segue sempre l'esempio romano. A proposito delle pene militari, egli politico che pure avrebbe dovuto conoscere gl'italiani di allora, propone che a modo dei romani e degli svizzeri siano date popolarmente: consiglio che parrebbe ridicolo in bocca di ogni altro e che nella sua riesce addirittura inesplicabile. Finalmente nel settimo libro parla delle fortificazioni, ma nella sua niuna fede alle artiglierie e nella sua ignoranza della ingegneria, non arriva nemmeno al punto che la scienza d'allora aveva toccato: quindi mette in bocca al Colonna il ritratto del capitano ideale componendoglielo al solito con esempi di storia; e chiude colla inevitabile invocazione al principe liberatore.
L'opera scientificamente non ha dunque nè originalità nè valore; è un ritorno agli ordini antichi piuttosto ispirato da un sistema di idee letterarie e storiche che da vera conoscenza della materia. Così Macchiavelli studiando il modo e la difficoltà di comporre un esercito invece di guardare intorno a sè per vedere che differenza presenterebbero la Romagna, la Toscana, il Reame o Venezia si contenta di tradurre un brano di Vegezio sul soldato ideale: trattando della educazione guerriera, secondo la sua teoria l'uomo è sempre uguale e un cittadino del foro romano e un borghese del mercato fiorentino hanno le stesse attitudini; il cristianesimo, che aveva dieci secoli di guerre non interrotte, è per lui antimilitare e nullameno non cerca come controbilanciarne l'influenza; l'Italia non ha coscienza nazionale e tuttavia egli crede possibile riunirla in un esercito; vi sono armi nuove da fuoco, imperfette che non pertanto hanno già mutato parte della tattica, e non ne tien conto; non vi erano più generali italiani di gran nome, le bande stavano per finire, gli stranieri occupavano più che mezzo il paese, i Comuni più che inermi erano inetti alle armi, ed egli astrae da tutto. Risuscitare i romani ecco ancora il suo sogno d'artista; essi avevano coi loro ordini militari conquistato il mondo, e coi loro ordini militari l'Italia del cinquecento avrebbe riconquistata sè stessa.