Egli, inglese, non potè superare l'idea di patria, e questa sua unica virtù scoprì tutta la debolezza del suo sogno: volle sopprimere i boeri per dare all'Inghilterra un immenso territorio, un immenso quadro vuoto da riempire di sè stessa, mentre l'impero inglese, come già quello di Roma, soccombe lentamente al peso della propria vastità. Bisognava rinnegare la patria, ribellare la Colonia del Capo, fonderla coll'Orange e col Transwaal, raddoppiarla colla Rhodesia, e l'impero nuovo invincibile dell'Africa Australe sarebbe balzato dalla sua fantasia nella storia.
Ma Cecil Rhodes non era un soldato come Francesco Sforza, e nemmeno un ribelle come Catilina, perchè la poesia del suo sogno, separandolo dal volgo dei finanzieri, potesse innalzarlo sino al gruppo non grande dei conquistatori; credeva abbastanza nella superiorità delle idee sugli interessi, e non sapeva che un'idea per diventare storica deve anzitutto non essere personale.
Così nell'Africa volle fondare un impero senza nazione, regnare senza un popolo: inglese, rimase separato nell'opera dal governo, africano, non si fuse in una patria futura; fu un eroe di romanzo e non di epopea, l'estremo forse fra i grandi sognatori del secolo decimonono, e sparve dalla scena come un personaggio di Victor Hugo, sproporzionato nella grandezza e assurdo nell'impotenza.
Il suo testamento, aperto ieri, rivela il suo carattere; in esso chiama eredi gli anglo-sassoni, gli americani e i tedeschi, e fonda scuole, istituti, premi e borse; munificenza di miliardario vinto nella privata e nella pubblica vita dal proprio danaro.
Ma questo patriottismo purificherà la sua memoria in Inghilterra, imponendo silenzio a qualcuno dei troppi nemici implacabili e volgari, retori e tribuni di plebe, che negano la ricchezza vilipendendone l'origine nell'impurità del guadagno. Forse alcuno fra essi penserà finalmente che nulla è più sciocco del giudicare un uomo dal patrimonio e che il danaro, se non può diventare da solo materia sufficiente ad un impero, si muta nelle forti anime in un materiale di poesia talvolta profonda ed originale quanto nei maggiori poemi.
12 aprile 1902.
ZANARDELLI
Fu presidente una sola volta e troppo tardi, quando in lui stesso la libra si allentava stanca della lunga tensione, e altre passioni, nuovi interessi, altra gente e altre idee si cacciavano tumultuando nel parlamento.
Ed egli non era che un parlamentare.
Benchè entrato assai giovane nella politica ed eletto deputato nella prima legislatura italiana, appena la Lombardia potè congiungersi al Piemonte, dopo tanti anni e tanta vicenda di casi e di uomini il suo ingegno non potè crescere all'autorità e alla dominazione dello statista. Avvocato e giurista mediocre, non regnò mai nè dalla cattedra nè sul foro: sdegnò quella e praticò questo, aumentando col l'importanza del grado politico il valore della propria opera professionale; ma avvocato fu poco più di un dilettante, giurista non scrisse ohe un libro sull'avvocatura caldo e sonoro di rettorica, fra eleganze letterarie, pulite prima dal gusto aristocratico di Ferdinando Martini. La sua cultura era classica, il suo ingegno di retore, il suo carattere di parlamentare, la sua ambizione di ministro: aveva la volontà tenace, il pensiero agile, la parola pronta; sapeva sedurre più che conquistare, battersi più che vincere, farsi ascoltare più che persuadere o, persuadendo, rapire le menti ed incatenare le anime. Nel parlamento nessuno, meno il Depretis e adesso Giolitti, lo valse nell'abilità d'incettare i voti e di preparare gli scontri; ma quegli e questi lo superarono di troppo nella potenza di capitani, riuscendo sempre a tener stretto un qualche gruppo anche nella lunga stagione delle rotte, quando la vittoria del nemico o un mutamento nella politica fuori del parlamento, sembrava allontanarli perdutamente dal potere.