Zanardelli era con loro, ma sotto di loro.
Nel più lungo periodo di attività egli fu sempre subalterno, senza che la vistosa apparenza della sua parola gli valesse l'odio degli avversari e la confidenza degli amici. Nella sinistra dopo il Rattazzi seguì il Depretis, ultimo il Crispi, e in questo tempo fortunoso, così facile alla rivelazione degl'ingegni e dei caratteri, Zanardelli rimase il retore della libertà, cresciuto piuttosto nell'ammirazione dei parlamentari francesi che inglesi: meglio girondino che giacobino, quantunque gli mancasse la poesia degli uni e degli altri: incapace di afferrare le grandi occasioni, di assumere le pericolose responsabilità, d'imporre un pensiero, di estrarre da un avvenimento la formula, di gettare al paese un grido come un'arma. E la storia fu allora faticosa, triste e grande: le miracolose imprese di Garibaldi nel mezzogiorno, la sparizione dei ducati e dei regni, l'Italia male ricomposta, poi Torino e Roma sacrificate ipocritamente a Firenze, Custoza che ci prostrava all'Austria, Mentana che ci degradava alla Francia, e finalmente Roma presa sospingendo corte e governo nella facilità del disastro napoleonico, fra l'indifferenza di tutti.
Zanardelli rimase quasi ignorato.
Egli non era di coloro che creano e nemmeno che costruiscono. La sua parola aveva come paura delle cose e cercava soltanto le parole; la sua eloquenza si ascoltava al di dentro e aspettava di essere ascoltata al di fuori; la sua passione per la libertà era platonica, senza l'energia dei veri sacrifici, l'impazienza delle prove supreme.
Bisognò che tutto in Italia fosse compiuto in quel grande periodo, perchè Zanardelli apparisse dall'oscurità improvvisamente ministro col Depretis, l'uomo di neve come lo chiamava Cavour, il più duttile fra tutti e il più incredulo, venuto ultimo per determinare l'assetto interno sulle rovine ancora fumanti dei partiti caduti fra la loro stessa opera. Depretis fu quindi l'anima di questo tempo breve e non bello; governò, disciolse, ricompose le idee e gli interessi: nella sua mano scarna e scaltra tutti i parlamentari amici e nemici si sentirono egualmente stretti, uno solo eccettuato. Zanardelli, da lui assunto come un retore indispensabile alla scena, non potè diventare contro di lui un poeta nel nome stesso della libertà, che aveva creduto di servire, e pentarca nella pentarchia, allora improvvisata, non fu daccapo che elemento decorativo come Benedetto Cairoli, col quale doveva poi comporre il più inane dei ministeri.
Invece l'avvento della sinistra iniziato dal Depretis doveva chiudersi col Crispi: l'uno uomo di governo, l'altro uomo di stato, entrambi ancora vibranti dell'energie, dalle quali era cresciuta l'Italia.
La prima grande prova politica a Roma fu l'impresa d'Africa, imposta dalla storia, subita da tutti i ministeri senza intenderne la fatalità, osteggiata quasi ugualmente da tutti i partiti senza impedirne il tragico andare: quindi vi furono ore luminose e giorni tetri, scaramucce in parlamento e battaglie nel deserto, angosce di nazione e di corte, responsabilità di ministeri e di partiti, errori di tutti, e non grandezza di qualcuno. Depretis e Crispi vi perirono, Zanardelli non ne sofferse, troppo piccolo sempre nella necessità delle ore grandi, all'opposizione al ministero, per soffiare loro la vita o morire della loro morte.
Perchè egli non fu mai che un elemento decorativo, indispensabile per motivi di parlamento o di ministero, rappresentando fra l'incertezza delle idee e il mutevole esperimento dei metodi quasi il principio della libertà e la tradizione del liberalismo, nell'eco di una promessa della monarchia alla democrazia.
Così a poco a poco crebbe, e nell'esaurimento dei vecchi partiti, nel disparire dei vecchi uomini, potò finalmente arrivare egli stesso dalla presidenza della camera a quella del ministero, vincitore senza vittorie, presidente senza portafogli, parendo un protettore della corte e della piazza, troppo vecchio per i tempi nuovi, senza altre idee che di ricordi e altra autorità che d'insegna.
Ma l'insegna era gloriosa.